FREE FALL JAZZ

poteva andare decisamente meglio's Articles

Se ci seguite da un po’ di tempo, saprete che Christian Scott gode di enorme stima su queste webpagine. Senza arrivare a dire che, in Italia, siamo stati i soli e i primi a seguire la sua carriera e a notarne la crescente importanza all’interno degli ultimi dieci anni di jazz, possiamo almeno dire “però quasi”. Un cammino iniziato con l’ottimo ‘Rewind That’ e arrivato ad una sintesi perfetta di tutte le varie sfaccettature esibite fino a quel momento nell’ancora recentissimo ‘Stretch Music’. Tutta questa premessa serve per mettere in chiaro una cosa: il nuovo cd è un bel fiasco, non importa quanto se ne stimi l’autore. Primo album di una trilogia che verrà completata nel corso del 2017, ‘Ruler Rebel’ fa un salto della cavallina troppo azzardato con le sonorità dell’illuminato predecessore, franando rovinosamente in un insipido minestrone jazz-o-tronico. (Continua a leggere)

Dopo ben trentadue anni, la rassegna musicale milanese Aperitivo In Concerto chiude i battenti. Ed è un vero peccato, perché si trattava di una delle più interessanti e intelligenti d’Italia. (Continua a leggere)

Qualche anno fa ‘Injuries’, esordio degli svedesi Angles 9, aveva attirato l’attenzione di diversi tra gli addetti ai lavori che si erano sprecati in elogi e in paragoni altisonanti (tra gli altri: Duke Ellington, Charles Mingus e Carla Bley) per via di una originale declinazione in chiave moderna e post-free della musica per big band. Su queste pagine avevamo corretto il tiro: non si trattava di un miracolo di orchestrazione per ensemble allargato di musica jazz contemporanea, bensì di un amatoriale quanto fallimentare tentativo di estendere le forme della scuola avant-jazz europea a un combo di nove elementi (due sassofoni, una cornetta, una tromba, un trombone, un pianoforte, un basso, una batteria e un vibrafono).

Quest’anno è la volta di ‘Disappeared Behind the Sun’, pubblicato il 17 gennaio ancora una volta dalla Clean Feed (il cui catalogo troppo spesso vanta discutibili esperimenti eseguiti con pochissima competenza e creatività), e ancora una volta i limiti della musica degli Angles 9 (la cui line up è rimasta invariata dai tempi di ‘Injuries’) si rivelano invalicabili. L’idea di fondo è molto semplice: mentre pianoforte, basso e batteria procedono su un sostenuto passo jazz-funk, abbellito dagli arrangiamenti del vibrafono, i cinque fiati ora tessono le idee melodiche portanti dei brani, ora si cimentano in lunghe sezioni solistiche corali. (Continua a leggere)

Erano anni che non mi avvicinavo più all’ECM. La curiosità di sentire il SoupStar, che dal vivo mi ha sempre emozionato, con l’aggiunta di due musicisti come Louis Sclavis e Gerald Cleaver mi fatto saltare l’ostacolo. Inoltre anche la presenza di un brano che amo, Ida Lupino, ha fatto da par suo. Nonostante queste premesse, il disco purtroppo conferma le stesse caratteristiche “nordiche” dell’ECM. Suonato e registrato benissimo beninteso, ma che non riesce a emozionare. Peccato perchè dal pezzo iniziale, What We Talk About When We Talk About Love, un incedere su piano e batteria ipnotico dove il trombone di Petrella si inserisce benissimo, fino a Ida Lupino, le premesse per un gran disco c’erano tutte. L’ottima intesa tra i musicisti, rende l’ascolto molto piacevole anche se molto riflessivo, i colori e i ritmi si sovrappongo in maniera ottimale. (Continua a leggere)

Dopo una notevole serie di album autoprodotti e la vittoria della Thelonious Monk Competition 2014, il trombettista Marquis Hill approda su una casa discografica di spicco, guadagnandosi l’opportunità di farsi conoscere presso un pubblico più ampio. ‘The Way We Play’ schiera una band rodatissima, il fido Blacktet (in cui spiccano in particolar modo la batteria di Mkaya McCraven e il vibrafono di Justin Thomas) al gran completo, e si pone l’obiettivo riammodernare il repertorio jazzistico con originali riletture di standard (‘Moon Rays’, ‘My Foolish Heart’, ‘Polka Dots’, ‘Maiden Voyage’, ‘Straight No Chaser’, una splendida ‘Moon Rays’) e di rappresentare l’anima musicale di Chicago. Non per niente il disco viene introdotto da una rielaborazione del tema dei Bulls, su cui viene annunciata la formazione al completo, da Makaya McCraven fino al leader. (Continua a leggere)

A volte mi domando cosa sarebbe successo alla Cappella Sistina se il Buonarroti nel ricevere l’incarico di ridipingerla avesse dovuto subire dal suo finanziatore, Papa Giulio II, serie ingerenze su come svolgerlo. Ben si sa che il mecenatismo ha avuto un ruolo decisivo nella produzione della grande arte rinascimentale e il paragone, apparentemente paradossale, mi è venuto in mente mentre ascoltavo questo disco ben suonato ma inaspettatamente noioso di Avishai Cohen, trombettista israeliano ma operativo a New York, giustamente tra i più acclamati sulla scena jazzistica contemporanea e recentemente approdato alla scuderia ECM di Manfred Eicher. Il noto produttore tedesco sembra infatti avere la capacità di far suonare qualsiasi musicista che ingaggi allo stesso modo, secondo una estetica che sembra richiedere al musicista di turno più o meno volutamente, o semplicemente in forma indotta (non saprei stabilire precisamente in questo caso), di conformarsi ad un “suono” ben preciso, proprio della linea che identifica da anni la casa discografica stessa. (Continua a leggere)

Dopo l’acclamazione quasi unanime dei due full-length usciti a nome Fire! Orchestra, il sassofonista norvegese Mats Gustafsson rispolvera la sigla Fire! per esibirsi nuovamente nel più ristretto e tradizionale formato del trio, accompagnato da Johan Berthling (basso) e Andreas Werliin (batteria). Pubblicato a tre anni dall’ultimo ‘Without Noticing’, ‘She Sleeps, She Sleeps’, come sempre edito dalla sua Rune Grammofon, ne rivela però crudelmente la disarmante debolezza e incompetenza nell’ambito strettamente jazzistico. A ben vedere, da sempre gli episodi più notevoli della sua discografia (non ultimi i dischi per la Fire! Orchestra) hanno più a che vedere con l’iconoclastia e con lo scardinamento della tradizione, perpetrato per mezzo di arditi crossover stilistici con rock, psichedelia, noise e musica sperimentale di sorta, piuttosto che con un’effettiva padronanza del linguaggio jazz in sé e per sé. (Continua a leggere)

Il periodo prolifico di Henry Threadgill prosegue, visto che dopo due album con i vecchi amici di Chicago (Leo Smith e Jack De Johnnette) registrati nel 2014, è subito pronto con la nuova opera dei suoi Zooid. Una formazione davvero longeva, in giro dal 2001, con cui il sassofonista, flautista e compositore ha sviluppato un inconfondibile jazz da camera, che si sviluppa secondo una logica ad incastri fra i vari strumenti ed un suono cupo, privo di appigli ritmici o melodici immediati, ma solitamente intrigante. Segnate quel “solitamente”, perché stavolta Threadgill ha peccato di logorrea. ‘In For A Penny, In For A Pound’ è infatti un doppio album: ogni cd presenta una lunga suite divisa in tre parti, di cui la prima è un breve prologo mentre le altre sono mastodonti dai dodici ai venti minuti, di volta in volta studiate per mettere in risalto un solista o un particolare sottinsieme di musicisti. (Continua a leggere)

Il nuovo disco di Terence Blanchard mette in evidenza fin dalla copertina il nome della neonata band, E-Collective, come a segnare un nuovo inizio. E in effetti dei fedeli accompagnatori che avevano seguito il trombettista nell’ultimo decennio troviamo solo l’ultimo arrivato, il pianista Fabian Almazan; per il resto, gruppo nuovo vita nuova, e ovviamente musica nuova. Musica elettrica, perché quella “E” non ci sta per figura. Tromba, chitarra, tastiere, basso elettrico e batteria sono i protagonisti di un album che si tuffa decisamente in una direzione neo-soul e funky, con tanto ritmo in backbeat e un passo spedito. Festa grande, vero? In realtà, stavolta, non c’è molto di cui gioire, perché l’insieme è inferiore alla somma delle parti. (Continua a leggere)

Quando un secondo disco si intitola ‘Coming Of Age’ viene spontaneo pensare ad un tangibile passo avanti, un progresso, possibilmente nella giusta direzione. Ancor più se lo fa un musicista come Ben Williams, eccezionale contrabbassista che qui sopra è stato elogiato più di una volta: fra l’esordio e il nuovo cd sono passati diversi anni, e nel frattempo Williams ha fatto notevoli esperienze, sia in studio che dal vivo, non ultimi NEXT Collective e Pat Metheny. Purtroppo stavolta qualcosa non ha funzionato, perché ‘Coming Of Age’ conferma quasi tutti musicisti (Marcus Strickland al sax, Christian Sands al piano, Matthew Stevens alla chitarra, Etienne Charles alle percussioni e John Davis alla batteria) e l’indirizzo stilistico (post-bop modernissimo, intriso di soul, hip-hop, funk, con gli arrangiamenti ben curati tipici dei dischi Concord), ma non l’ispirazione. (Continua a leggere)