FREE FALL JAZZ

fiato alle trombe's Articles

AmbroseAkinmusire_ARiftInDecorum_coverAmbrose Akinmusire, classe 1982, è ormai un musicista sulla soglia della maturità in modo evidente, poiché sembra rinverdire i fasti della grande tradizione trombettistica africana-americana del jazz, ossia quella delle geniali figure nate dall’hard-bop anni ’50, sulla scia del loro capostipite Clifford Brown, ma  prossima più allo stile di Booker Little, con influenze successive e più libere rilevabili tra Don Cherry e Lester Bowie. Akinmusire sembra cioè ricercare una sintesi più ampia in ambito di moderna tradizione trombettistica, riuscendovi direi quasi perfettamente, anche su un piano espressivo, solitamente oggi un po’ trascurato rispetto al passato. A Rift In Decorum, è il suo terzo album da leader registrato per l’etichetta Blue Note, dopo When the Heart Emerges Glistening (2011) e The Imagined Savior Is Far Easier To Paint (2014), ed è un doppio CD che documenta un concerto al leggendario Village Vanguard di New York. (Continua a leggere)

Estate, tempo di trombettisti, si sa. No, non è affatto vero, ma nei prossimi due mesi assisteremo al ritorno discografici di ben tre trombettisti, due dei quali dal vivo. Pronti? (Continua a leggere)

Roy Hargrove sembra restare fedele a quel concetto di ‘earfood’ così ben incarnato dal suo album omonimo del 2009: il jazz come musica energica, sofisticata, melodica, complessa, ma pure carica di entusiasmo, vibrazioni positive e capacità di comunicazione. Il rodato quintetto del trombettista texano si è lanciato così in un lungo set di quasi due ore, bis incluso, un vero e proprio saggio di estetica black. (Continua a leggere)

Avevamo annunciato da poco le imminenti uscite di Russell Gunn, Etienne Charles e Marquis Hill per il 2016. Mentre del primo abbiamo appena pubblicato un brano, degli altri due ci occupiamo adesso. (Continua a leggere)

L’estate vedrà pure il graditissimo ritorno sul mercato di Russell Gunn con un nuovo e ambizioso album. Il trombettista, leader e compositore di Atlanta pubblicherà infatti ‘The Sirius Mystery’, dove il jazz si intreccia con tamburi africani, dubstep, EDM e musica trap americana in una complessa e coinvolgente suite in quattro parti, ispirata alla mitologia delle tribù Dogon del Mali. (Continua a leggere)

A volte mi domando cosa sarebbe successo alla Cappella Sistina se il Buonarroti nel ricevere l’incarico di ridipingerla avesse dovuto subire dal suo finanziatore, Papa Giulio II, serie ingerenze su come svolgerlo. Ben si sa che il mecenatismo ha avuto un ruolo decisivo nella produzione della grande arte rinascimentale e il paragone, apparentemente paradossale, mi è venuto in mente mentre ascoltavo questo disco ben suonato ma inaspettatamente noioso di Avishai Cohen, trombettista israeliano ma operativo a New York, giustamente tra i più acclamati sulla scena jazzistica contemporanea e recentemente approdato alla scuderia ECM di Manfred Eicher. Il noto produttore tedesco sembra infatti avere la capacità di far suonare qualsiasi musicista che ingaggi allo stesso modo, secondo una estetica che sembra richiedere al musicista di turno più o meno volutamente, o semplicemente in forma indotta (non saprei stabilire precisamente in questo caso), di conformarsi ad un “suono” ben preciso, proprio della linea che identifica da anni la casa discografica stessa. (Continua a leggere)

Chi sono gli Industrial Revelation? E’ presto detto. Si tratta di un formidabile quartetto di giovani musicisti di Seattle: D’Vonne Lewis (batteria, fondatore della band), Evan Flory-Barnes (contrabbasso), Ahamefule J. Oulo (tromba) e Josh Rawlings (piano e tastiere). La loro idea di musica non è lontanissima da quella di Christian Scott, ovvero un’esplorazione che parte dal jazz, si avventura in territori limitrofi vari (rock, hip-hop, neo soul etc etc) e poi al jazz ritorna, con un suono di gruppo vicino, per certi versi, al magnifico quartetto di Wynton Marsalis degli anni ’80, quello di ‘J Mood’ e ‘Live At The Blues Alley’. Vi proponiamo un brano registrato negli studi dell’emittente KPLU, con la promessa di riparlarne al più presto.


Ormai prossimo ai 40 anni e quindi alla piena maturità umana ed artistica, Jeremy Pelt è da tempo considerabile uno dei trombettisti di punta nel mondo del jazz, per quanto la scena attuale non sia certo priva di giovani rampanti, afro-americani e non, che possono tranquillamente competere con lui: da Ambrose Akinmusire a Christian Scott, da Sean Jones a Marquis Hill, da Etienne Charles a Jason Palmer, da Avishai Cohen a Adam O’Farrill, da Keyon Harrold a Maurice Brown, tutti nomi di talento, per lo più poco frequentati nel nostro paese perché vengono mediamente trascurati dai cartelloni festivalieri nazionali, occupati usualmente da nomi sin troppo inflazionati quanto musicalmente esausti. Nativo del Sud della California e diplomatosi al Berklee College of Music di Boston, egli è in realtà da tempo in pianta stabile a New York City, luogo imprescindibile per qualsiasi musicista voglia affermarsi professionalmente negli States. (Continua a leggere)

‘Stretch Music’ è il titolo del nuovo disco di Christian Scott, ma è pure la definizione che lui stesso ha dato alla sua musica già al tempo del bellissimo ‘Yesterday You Said Tomorrow’. Ovvero, un’estensione del jazz mediante la rielaborazione, in chiave jazzistica, di musiche che dal jazz sono nate, evidenziandone la continuità. Un concetto non nuovo di per sé, ma sviluppato dal trombettista di New Orleans in maniera molto lucida e attenta all’attualità. In ‘Stretch Music’ sentiamo una fittissima trama poliritmica che oscilla fra hip-hop, afrobeat, drum’n'bass e funk, con la flessibilità del jazz: grande importanza, in questo, rivestono le due batterie (una normale, una africana, entrambe affiancate da pad elettronici). (Continua a leggere)

Oggi le donne si conquistano, con assoluto merito, sempre più spazio del mondo del jazz, ma una volta la situazione era ben diversa – a parte le grandi cantanti, le strumentiste sono sempre state pochissime. (Continua a leggere)