FREE FALL JAZZ

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David Gilmore, chitarrista come il bel più famoso e quasi omonimo David Gilmour dei Pink Floyd, vanta ormai una carriera importante, fra collaborazioni che ne evidenziano innanzitutto la versatilità (Geri Allen, Wayne Shorter, Don Byron, Cassandra Wilson, Dave Douglas, Rudresh Mahantappah…) e un apprendistato di tutto rispetto alla corte di Steve Coleman durante gli anni ’90. Meno folta, ma sempre di notevole spessore, la sua produzione da titolare, di cui ricordiamo l’ottimo ‘Energies Of Change’. Con ‘Transitions’, Gilmore approda alla Criss Cross come leader un eccellente quintetto con cui affronta un repertorio teso ad omaggiare maestri ed ispirazioni (Woody Shaw, Bobby Hutcherson, Toots Thielemann), con l’aggiunta di alcuni brani originali. (Continua a leggere)

Salve a tutti e benvenuti nella rubrica di interviste più asimmetrica del web. Oggi abbiamo l’onore di ospitare Francesco Massaro, sassofonista, clarinettista ed attivatore patafisico di origini pugliesi. Possiamo affermare, senza tema di smentita, che la sua recente menzione (2016) nel Top Jazz tra i Giovani Talenti Emergenti dell’Amore Universale è irrilevante ai fini della nostra più grande stima nei confronti di questo musicista, che è anche fine compositore nonché membro fondatore di una interessantissima giovane etichetta. Da poco ha sfornato un bel disco “Meccanismi di volo”, ma andiamo al sodo. (Continua a leggere)

52246833Con questo Tipico, già decimo album da leader, il sassofonista Miguel Zenón si conferma uno dei musicisti e compositori più interessanti sulla scena contemporanea del jazz. Una scena che presenta ormai commistioni linguistiche talmente varie e vaste da doverle considerare prassi in un processo ormai inarrestabile in ambito di musiche improvvisate, jazz compreso. Eppure, è curioso dover constatare come una delle “contaminazioni” più longeve e diffuse nel jazz, quella con le musiche latine e caraibiche, sia da noi per lo più trascurata. E’ pur vero che in questo specifico caso Zenón ha prodotto un disco molto meno incentrato su questo aspetto rispetto a lavori precedenti, ma nella musica emerge comunque un modo di procedere ormai ben consolidato dall’altosassofonista in anni di sperimentazioni personali e di affiatata condivisione con gli altri membri di una formazione che è attiva da circa quindici anni su quel genere di progetti. (Continua a leggere)

Dispiace dover ripetere sempre le stesse cose, ma dispiace ancora di più notare come dagli Stati Uniti continuino ad uscire fior di giovani musicisti di talento, pressoché ignorati da una critica più propensa a celebrare il passato o in spasmodica attesa di un messia, possibilmente d’inaudita avanguardia. Chi ha pazienza e voglia di cercare, seguendo i musicisti stessi sui social network, non mancherà di imbattersi in sorprese gradite. Fra queste, come avrete già inteso, figura pure il trentenne George Burton, pianista newyorkese che debutta sulla Inner Circle Music di Greg Osby dopo una lunga gavetta e una serie articolata di esperienze, jazz e non solo. Come tanti suoi coetanei, Burton mette a frutto tutte le proprie esperienze in un affresco completo ed estremamente maturo, costruito attorno alla duttile sezione ritmica (completata dal bassista Noah Jackson e dal batterista Wayne Smith), una dozzina di grandi composizioni e una cast nutrito di ospiti. (Continua a leggere)

Il cammino di Orrin Evans, talentuoso e prolifico, prosegue anno dopo anno con un’agenda fittissima di concerti ed incisioni, da sideman come da leader. Si tratta ormai di un musicista ben affermato sul piano internazionale, che da anni persegue la via della riaffermazione e del rinnovamento del piano jazz, quello di scuola più che mai nera – non a caso parliamo di uno dei primi sostenitori e teorici della contestata BAM, che comunque trova una delle sue più lucide articolazioni proprio nell’opera di Evans. ‘#knowingishalfthebattle’, scritto così, proprio come un hashtag, è il logico successore del precedente ‘The Evolution Of Oneself’ e vede alla base il trio piano, basso (Lucques Curtis) e batteria (Mark Whitfield jr) a cui si uniscono diversi ospiti a seconda delle necessità. (Continua a leggere)

Foto: Enrico Romero

Accompagnato da Luke Stewart (basso) e Warren G. Crudup III (batteria), la stessa formazione presente sull’ultimissimo ‘No Filter’, James Brandon Lewis non si è affatto risparmiato con il suo jazz intriso di funk e hip-hop. (Continua a leggere)

Cosa oggi può essere definito nello scenario contemporaneo della musica improvvisata “avanguardia” o “musicalmente avanzato” e secondo quali schemi critici e culturali di riferimento lo si afferma? (Continua a leggere)

Scriviamo spesso e volentieri di quanto il panorama americano brulichi di nuovi proposte che riescono a portare avanti il jazz senza prescindere dalle sue caratteristiche. Bene, il quartetto degli Industrial Revelation, da Seattle, si aggiunge al numero dei brillanti giovani di belle speranze. Giovani che, fra mille difficoltà e apprezzabile ottimismo, fanno di tutto per divulgare la propria musica in giro, gestendosi rigorosamente in proprio. Abbiamo recensito il bellissimo ‘Revelation And The Kingdom Of Nri’ qualche mese, adesso ascoltiamo le parole di D’Vonne Lewis, batterista e leader del gruppo, in vista del concerto di Milano del 26/02.  (Continua a leggere)

Fra i più interessanti pianisti contemporanei, Luis Perdomo si è distinto innanzitutto per il suo lavoro al fianco di Miguel Zenon (e altri). Meno per una carriera solista di tutto rilievo, caratterizzata da una visione musicale in cui l’aspetto latino assume più i connotati di passione ed intensità espressiva, prima ancora che di intrecci ritmici e melodie particolari. Aspetti che non mancano, sia chiaro, ma in maniera quasi subliminale. ‘Spirits And Warriors’, quarta uscita per Criss Cross, vede il venezuelano alla guida di un quintetto eccezionale in cui svettano la potenza ritmica e l’inventiva del veterano batterista Billy Hart e una frontline senza confini: la liquida tromba di Alex Sipiagin e il poderoso sax di Mark Shim sono un vero e proprio torrente di soluzioni inventive e originali, senza mai perdere d’occhio l’orecchiabilità di fondo e un ideale rispetto fra le proporzioni (altre caratteristiche tipiche della produzione di Perdomo). (Continua a leggere)

Ci sono stati dei momenti nella storia del jazz nei quali certi musicisti hanno perfezionato una tale alchimia da raggiungere risultati musicali persino superiori al contributo, pur eccezionale, dei singoli. Agli appassionati di lunga data sono noti i casi degli Hot Five di Louis Armstrong, o  degli small combos di Benny Goodman, tanto per citare, mentre ai cultori più recenti verranno alla mente probabilmente i quintetti di Miles Davis o il quartetto anni ’60 di John Coltrane. In tutti questi casi si sono prodotti dei capolavori senza tempo che hanno contribuito a rendere così grande questa musica. Molto meno citato è però il caso della musica prodotta dal quintetto di Joe Henderson con Woody Shaw alla tromba, due improvvisatori eccezionali per preparazione, talento e visione, che nel 1970 produssero queste registrazioni capolavoro e che nulla avevano da invidiare a ciò che hanno prodotto i suddetti gruppi, sotto ogni punto di vista. (Continua a leggere)