Ulysses Owens è il giovanissimo batterista che da un po’ di tempo accompagna Christian McBride, sia nel quintetto Inside Straight che nell’orchestra che nel neonato piano trio. Era quasi ovvio che un mentore tanto importante avrebbe condotto, prima o poi, ad un contratto discografico, ed infatti ecco ‘Unanimous’, un debutto all’insegna di classico vigoroso post-bop della varietà più swingante, in una decina di brani suonati da organici variabili. Oltre all’ovvio McBride infatti sono della partita il bravissimo pianista Christian Sands, alla sua primissima registrazione, Nicholas Payton alla tromba, Jaleel Shaw al contralto e Michael Dease al trombone, organizzati in formazioni variabili dal trio al sestetto. Le coordinate sonore, come a questo punto avrete capito, sono quelle di un mainstream moderno e senza fronzoli, con forti richiami all’hard bop fumigante dei Jazz Messengers. Se cercate l’originalità ad ogni costo, andate pure oltre. Altrimenti siete i benvenuti, perché Owens e i suoi colleghi praticano la materia con scioltezza e tanta proprietà di linguaggio. E di certi suoni, da queste parti, non se ne ha mai abbastanza… (Continua a leggere)
Con un po’ di buona memoria di certo ricorderete la Red Hot Organization, associazione sin dai primi anni ’90 attiva nel raccogliere fondi per finanziare cause in legate alla lotta contro l’AIDS. In particolare, i proventi arrivano dalla pubblicazione di una serie di compilation a tema, contenenti materiale più o meno inedito di nomi abbastanza importanti, la cui qualità però negli anni è andata sfortunatamente scemando (agghiaccianti le uscite “latine”, per esempio). Agli inizi le cose erano di tutt’altro livello: si pensi alla terza raccolta, ‘No Alternative’, che, sfruttando il boom “alternativo” del periodo, riuniva sullo stesso disco Soundgarden e Beastie Boys, Soul Asylum e Sonic Youth, persino i Nirvana, con una strepitosa hidden track (‘Sappy’). Un anno dopo fu il momento di “sfruttare” a scopo benefico un altro filone particolarmente in voga, capace di garantire buoni proventi: l’ibrido tra hip hop e jazz.
‘Stolen Moments: Red Hot + Cool’ arriva dunque nel 1994, quando la fusione tra i due stili è all’apice della popolarità e la carica innovativa va inevitabilmente svanendo, cionondimeno offre tanto materiale nuovo (coi testi “in tema”) e una carrellata di accoppiamenti inediti. (Continua a leggere)

Oggi, 13 Maggio, il vecchio Gil (cit.) ne avrebbe compiuti 100. Un ottimo articolo al riguardo (in inglese) è apparso su npr.org: ne riportiamo per voi una traduzione. L’autore originale è Tom Vitale.
Gil Evans, uno dei più importanti arrangiatori di jazz del ventesimo secolo, nacque esattamente 100 anni fa.
Evans è noto soprattutto per la musica che compose tra il 1957 e il 1963 per la sua orchestra di 19 elementi che accompagnava il trombettista Miles Davis. Gli album ‘Sketches Of Spain’ e ‘Porgy & Bess’ furono elogiati per le loro armonie sontuose nonché l’uso di strumenti solitamente estranei alle big band. In un’intervista del 1980, Evans confessò che la sua volontà fosse di usare gli strumenti orchestrali in un modo nuovo: “Molte grandi composizioni sono state scritte con il classico suono dell’orchestra. Capisci che voglio dire? Non vi è stato aggiunto nulla, per quanto riguarda le sonorità”. (Continua a leggere)
Passato più o meno recente per il Picture This di questa settimana: andiamo a ripescare un’esibizione di Donald Byrd presso l’Education Humanities Theatre della Delaware State University. Il brano è ‘Fly Little Bird Fly’, dal classico ‘Mustang!’ del 1966. Attorno al trombettista, un manipolo di ottimi musicisti: dal veterano Joe Chambers alla batteria (già con Byrd negli anni ’60) all’esperto bassista Ira Coleman, fino agli ottimi “giovani” Eric Reed (piano) e Vincent Herring (sax). Roba buona.
Grazie internet. Davvero: quando dicono che prima di internet si stava meglio, la gente usciva di casa e i treni arrivavano in orario, beh, non credetegli. Anzi, mandateli a quel paese. Perché poi una mattina navigando scopri cose come i Meine Meinung, che ti fanno sentire una persona indubbiamente migliore. Nel dettaglio, si tratta di tre giapponesi folli (sorpresa sorpresa) che fanno anche musica originale, ma che meritano la nostra stima e il nostro rispetto soprattutto per aver riarranggiato in chiave jazz le musiche del mitologico Super Mario Bros 3. Il video lo proponiamo qui sotto: chi di voi è “adepto” si godrà anche i dettagli del “”"look”"” (virgolette approssimate per difetto). La stessa cosa pare l’abbiano fatta anche con Final Fantasy, nel caso scorrete tra i correlati.
Leggevo poco fa a questo link di un’iniziativa particolare aperta ad alcune scuole (elementari, medie e superiori) di Roma: a partire dal 18 Maggio, una serie di istituti verranno ospitati presso la Casa Del Jazz (nota sede di concerti ed iniziative legate al nostro genere) per una serie di attività atte ad offrire ai ragazzi un primo approccio con la musica jazz.
Un’iniziativa lodevole, specie tenendo conto di come il jazz, agli occhi del pubblico casuale, vada assumendo sempre più i contorni di musica “vecchia”. Per carità, è anche comprensibile per certi versi: io stesso da ragazzino, e l’ho già scritto su queste pagine, al primo ascolto di ‘Take The A Train’ liquidai tutta la faccenda come “la musichetta di Andiamo Al Cinema”. Un’eventualità che ovviamente gli organizzatori non hanno sottovalutato, visto che proprio per i più piccoli hanno studiato un percorso “speciale”: (Continua a leggere)

Se attaccassimo il pistolotto sui meriti (a volte persino snobbati) di Coleman Hawkins per la musica di cui parliamo su questi lidi non la finiremmo più. L’assist per parlarne ce lo offre la Mosaic Records, che ha appena annunciato un’operazione mastodontica: arriva infatti tra fine Maggio/inizio Giugno Classic Coleman Hawkins Sessions, un cofanetto di 8 CD (in tiratura limitata di 5000 copie) che raccoglie la bellezza di 190 brani (di cui 12 inediti), in pratica tutte le incisioni del sassofonista comprese tra il 1922 e il 1947. Un quarto di secolo che parte dalla preistoria in compagnia di Mamie Smith, cantante blues nel cui complesso di accompagnamento (i Jazz Hounds) si fece le ossa un giovanissimo Coleman, alle sessioni in odor di be bop con Max Roach, Fats Navarro e J.J. Johnson; nel mezzo, ovviamente, i lunghi anni di swing e ballads che lo hanno reso immortale. (Continua a leggere)
Importante operazione filologica della newyorkese Upfront, che recupera, come facilmente intuibile dal titolo, un lungo set registrato al Piccadilly Club di Newark (New Jersey) nel 1953: si tratta con ogni probabilità delle più vecchie testimonianze esistenti di Hank Mobley in versione leader. In quel periodo il sassofonista newyorkese era infatti impegnato soprattutto a “farsi le ossa” accompagnando Max Roach (e, poco dopo, anche Dizzy Gillespie e Horace Silver), l’esordio in proprio non avverrà prima di un paio d’anni. La formazione è per l’occasione un quintetto con una manciata di nomi che pure proveranno a dire la loro nell’imminente esplosione hard bop: il pianista Walter Davis Jr (che piazzerà un ottimo album da leader su Blue Note), la meteora Jimmy Schenck al basso (un paio di gettoni con Max Roach e Joe Gordon) e il batterista Charlie Persip, più longevo, che riceverà crediti su decine di album. Unico “fatto e finito” della combriccola è infine il trombonista Freddie Green, dagli anni ‘40 al servizio di Earl Hines nonché già avviato a una carriera da leader che, tra Prestige e Blue Note, regalerà più di un momento degno di nota (e speriamo di riparlarvene, ovviamente). (Continua a leggere)
Dopo un mese di sosta (nel quale sono state sostituite dal pescione d’Aprile su Miles & Jimi), tornano le nostre playlist mensili. Dato che impaginarle nel vecchio modo mi faceva troppa fatica, da questo mese si cambia formula: ognuno di noi pesca un solo disco a testa (al solito, nuovo o vecchio non ha importanza) che nello scorso mese ha ascoltato molto e ne propone un brano. Manca la scelta di Carlo Cimino, in altre faccende affaccendato, ma dato che qui funziona un po’ come ci pare, ci riserviamo eventualmente di inserirla in un secondo momento, nel caso. Enjoy.
Dinahrose
FRANK WRIGHT - kevin my dear son (1978)
Dopo la recensione dell’ottimo ‘Ohmlaut’ è tempo di intervistarne l’autore, il sassofonista a tratti rocker molto probabilmente videogiocatore e di sicuro casinista Piero Bittolo Bon. Fra le tante domande, gli risparmiamo quella sul nome della sua band, Jümp The Shark: è un termine che indica il declino di una serie tv, nato durante gli ultimi rantoli di ‘Happy Days’ quando Fonzie fa sci d’acqua e salta uno squalo. Scaramanzia? Passione per le serie tv americane? Un misto di entrambi, più probabilmente. La cosa più importante è piantarla con questa introduzione e lasciar parlare Piero, uno degli esponenti più interessanti di quel jazz nostrano lontano da enoteche, agriturismi e degustazioni.
Partiamo dalla presentazione di rito. Chi sei e come lo sei diventato?
Ehilà. Sono principalmente un sassofonista di jazz, o di quel che ne è rimasto. Lo sono diventato più che altro a causa della mia atavica pigrizia e della mio abbastanza disastroso cursus studiorum. Diciamo che ad un certo punto ho capito che procura molti meno danni alla società essere un musicista mediocre piuttosto che un pessimo architetto.
Cosa ti ha folgorato spingendoti sulla via del jazz?
La spinta principale me la diede mia mamma, comprandomi il mio primo sassofono a 14 anni (strumento che scelsi piuttosto casualmente), col quale cominciai a suonare nei gruppi del liceo. Non ero del tutto convinto del mio ruolo devo dire, anche perchè il repertorio di quei gruppi spaziava tra i Cure e gli U2… L’ascolto di alcune audiocassette giratemi dall’allora ragazzo della mia sorella maggiore, che suonava il sassofono pure lui (grazie Fabio!) mi diede il primo imprinting jazzistico: ‘Kind Of Blue’, Chet Baker e soprattuto delle straordinarie incisioni di Massimo Urbani che mi facevano letteralmente girare la testa. (Continua a leggere)