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Il 2020 ci regala CALANDRA, interessantissimo CD, composto da sei brani inediti e da un arrangiamento originale di message in a bottle di Sting e prodotto dalla Manitù Records.

Il trio, formato da Raul Gagliardi alla chitarra, Carlo Cimino al contrabbasso, basso elettrico e tastiere e da Maurizio Mirabelli alla batteria, si presenta con un sound piacevole e molto accattivante.

L’aspetto ritmico e metrico è la componente compositiva che emerge con prepotenza e che connota l’intera opera: una giusta dose di commistione tra generi che permette alla sezione ritmica di avvolgere con grazia ed eleganza le melodie molto fitte e intense.

La matrice latina esalta le caratteristiche di contrabbasso e batteria, che dimostrano di trovarsi a proprio agio anche lontani dallo swing.

Con loro interagisce una chitarra nervosa, molto protagonista, a tratti intrisa di hard bop e a tratti di fusion.

I temi sono ricchi e molto discorsivi, dal ritmo serrato; le note, i pensieri, fluiscono con abbondanza e dominano tutto il CD, creando un ambiente sonoro che, riconoscibile in ogni brano, si pone come cifra, come comun denominatore.

Sì perché il trio Amanita ha optato per la tensione, la dinamica sempre in alto, sempre presente tranne in rari casi, tra i quali, segnaliamo il gradevolissimo solo di Cimino in Vecchi Tempi.

Interessante anche l’interpretazione, per niente scontata, del classico di Sting, qui rivitalizzato e rinvigorito, tra un elegante assolo notturno di basso, una batteria poetica e qualche citazione ironica di Seven Nation Army.

Per chi scrive, Metrò rappresenta il brano più significativo, l’efficace interplay genera una dimensione sonora profonda, accentuata dall’ottimo equilibrio tra metro e melodia.

Album da ascoltare e da godere.

Esce per Manitù, nel 2019, il nuovo CD di Alberto La Neve e Francesco Mascio e, dal titolo, si capisce subito per quale viaggio i due musicisti porteranno l’ascoltatore.

La contaminazione è l’elemento fondante di tutte le nove tracce, tutte originali: lo sguardo è rivolto al mare e alle tradizioni musicali dei popoli che lo abitano e che qui s’incontrano, si salutano e dialogano tra loro.

La partecipazione di Jali Babou Saho, Esharif Ali Mhagag e Fabiana Dota, impreziosisce questo progetto, donandogli maggiore eleganza e profondità.

Dal punto di vista compositivo, notiamo la scelta di utilizzare armonie semplici, successioni poco articolate e poco “sperimentali”, quasi sempre ripetitive e metri assolutamente essenziali, bisogna lasciare spazio ai motivi e all’improvvisazione.

Sì perché questo è un album in cui le melodie, per lo più orientaleggianti, s’intrecciano, s’inseguono e si accompagnano. Il tempo e il metro sono spesso fermi e gli strumenti cantano, liberamente, creando atmosfere notturne, intime e molto introspettive.

A metà strada tra la world music e la free improvisation, il sax e la chitarra riescono a esprimere e a dipingere delle immagini con pochi contrasti, ma con infinita dolcezza.

Chi cerca la componente blue, rimarrà deluso, ne è totalmente assente, qui la scelta stilistica è un’altra, i timbri sono puliti, controllati, quasi da new age e i temi ricordano lontanamente la fusion più composta e le melodie popolari.

Di sicuro “I Thàlassa Mas” è un ottimo ritratto del mare, se ne percepiscono le onde, se ne scorge la linea dell’orizzonte e se ne ode il canto.

I cinque insegnanti del Dipartimento Jazz di Vicenza, grazie al contributo del Conservatorio Arrigo Pedrollo, dove insegnano, si riuniscono e decidono di registrarsi; nasce così questo CD, formato da dieci tracce inedite e pubblicato nel 2018 dalla Caligola Records.

Il quintetto mostra subito le proprie peculiarità, un sound accattivante, dalle tinte chiare, dai colori pastello e dai timbri ben orchestrati.

L’ottima sezione ritmica di Beggio e Maiore sostiene i vari metri e ritmi, è protagonista della sonorità e caratterizza ogni brano. Ottimi l’assolo di batteria in Spampanà e l’intro e il tema del contrabbasso di Dettato.

Paolo Birro accompagna con la delicatezza e l’eleganza che lo contraddistinguono, districandosi tra pianoforte e Rhodes e, quando libera la propria vena improvvisativa, ci regala assoli gustosi e coinvolgenti.

La chitarra di Michele Calgaro si divide tra temi e accompagnamento, senza mai farsi invadente, anzi forse un po’ troppo timidamente. Veramente piacevole il dialogo con il sax in Deep Art Men.

Pietro Tonolo dà il proprio marchio a tutta l’opera. Suono perfetto, vena melodica che non delude mai e una capacità interpretativa sempre di alto livello. Notevole nelle parti improvvisate, impreziosisce l’album con Bluerik, una splendida rivisitazione di Satie.

Siamo nel campo del mainstream, dinamiche molto pacate e, a tratti, emerge molta influenza dalla fusion, soprattutto per quanto riguarda le sonorità. Nei temi irrompe invece un carattere shorteriano.

Un CD godibile, da ascoltare tutto in una volta, ben composto, ben suonato e ben interpretato.

È uscito nel 2018, pubblicato da Alfa Music, Lunea, ultima fatica di Mauro Mussoni, che raduna la propria formazione e incide sette tracce, tutte originali, da lui composte e arrangiate.

Il suono è quello tipico di un quintetto, il trombone di Beppe Di Benedetto e il sax di Simone La Maida, soprattutto, donano una sonorità mainstream, calorosa e accattivante, che ben accoglie l’ascoltatore sin dalle prime misure.

In ogni brano emergono caratteristiche ben precise, delineate dalle scelte compositive del contrabbassista. In primis una sezione ritmica solida e molto affiatata, Mussoni e Andrea Grillini s’intendono alla perfezione e si muovono con dimestichezza tra funk, pop e latin, soprattutto quando i metri irregolari sono protagonisti.

In secondo luogo, Sax e Trombone narrano melodie semplici, per nulla macchinose o elaborate e si liberano in piacevoli assoli. Anche quando accompagnano il tema al pianoforte di Simone Daclon o sono annunciati dalle intro del contrabbasso, mantengono il carattere brillante e e pulito che ritroviamo in ogni brano.

Il terzo elemento peculiare dell’opera è lo sguardo alla tradizione funk, alla fusion e un’evidente parentela con la musica di Horace Silver.

In più, seppur con meno irruenza, emerge una scrittura tipica da big band o grandi orchestre jazz del passato, qui modernizzata e adattata naturalmente al quintetto.

Mancano un po’ di sperimentazione, di sonorità moderne, di evoluzioni armoniche ardite; il desiderio di mainstream condiziona un po’ il fluire musicale, ma questa è una scelta stilistica del tutto personale.

Per chi scrive, “Mantra” è il brano più interessante e paradigmatico di tutto l’album.

È uscito il secondo album de Lostinwhite, al secolo Vittorio Bianchi, pianista, compositore e produttore bresciano.

Subito s’intuisce la ricerca di un linguaggio che sappia unire e mescolare i diversi stili della musica black.

La tradizione Jazz rimane in sottofondo, soprattutto nella pronuncia delle frasi musicali e nei momenti improvvisati. L’ambiente sonoro è quello dell’ Acid Jazz e del Jazz Soul che si sta affermando sempre di più nel mondo anglosassone e, soprattutto, nella East Coast statunitense.

I suoni sono tipici da club, molto curati e addolciti da scelte timbriche ben studiate, caratterizzate da voci armonizzate con sapienza e dall’inconfondibile suono, dovremmo dire marchio, del fender rhodes.

Punti di forza sono gli arrangiamenti dei fiati, efficaci e mai banali, ben impastati con il piano elettrico e le tastiere, valore aggiunto in tutti i brani.

Motore delle composizioni è la sezione ritmica, ispirata al funk, molto precisa e trascinante, dà la sonorità a tutta l’opera ed è punto di forza sia nei momenti cantati che strumentali.

Le linee vocali sono tipiche del genere, molto sincopate e giocate sugli anticipi e ben si sposano con il groove proposto.

Rispetto al primo lavoro, questo appare più influenzato dalla musica dance, tutte le tracce sono ballabili e non sfigurerebbero in un dance club.

Ottimi i momenti improvvisati, altro punto di forza e che dimostra maggiore maturità del progetto.

Cinque tracce, quattro cantate, una strumentale (la migliore per chi scrive) e un remix: un’ottima contaminazione di stili, generi e approcci musicali.

Il profilo commerciale molto accentuato non inquina la qualità del prodotto e non condiziona il messaggio artistico di Vittorio Bianchi, che ci propone un lavoro dal sapore internazionale e che ci fa conoscere un lato del Jazz e della black music di cui la nostra nazione ha bisogno.

 

Continua il percorso da solista del sassofonista cosentino, questa volta con un Cd più intimo e misurato.

I mezzi espressivi sono quelli a lui più cari, ostinati ritmico melodici sui quali improvvisare, armonie essenziali, melodie misurate e mai eccessivamente elaborate.

Anche l’uso della loop machine e dei multi effects persegue idea compositiva. La ripetizione e la forma ciclica delle frasi fungono da impalcatura, da terreno dal quale fioriscono improvvisazioni e temi e sono la caratteristica di tutto l’album.

Il suono del sassofono, tenore e soprano, naturalmente regna, ma ben s’impastano le linee e i timbri sovrapposti.

Dal punto di vista dei contenuti, emergono due elementi principali: il carattere notturno, che permea tutta l’opera e che ci porta tra le strade di New York (leggendo i titoli dei braniè facile intuire quanto la Grande Mela influenzi il lavoro di La Neve) e una concezione tribale della forma canzone. Vengono in mente danze popolari come la tarantella o la pizzica e danze africane, non solo per la massiccia presenza di ostinati, ma anche per un incedere metrico a tratti ipnotico. Paradigmatico di questa concezione è Room in Brooklyn, brano impreziosito dalla voce di Fabiana Dota.

Per chi scrive, Nighthawks è la traccia più riuscita e interessante.

Night Windows è un CD godibile, a tratti ingenuo, ma comunque accattivante.

Il chitarrista polacco Maciek Pysz, ormai londinese d’adozione, propone come sigillo ad una proficua collaborazione, “Coming Home”, in duo con Daniele Di Bonaventura. Il CD, uscito nel Maggio del 2017, è pubblicato dalla Caligola Records ed è formato da undici brani, tutti originali. Le caratteristiche sonore e compositive si manifestano chiaramente fina dalle prime battute. Pysz predilige la chitarra acustica, donando una sonorità molto personale ad ogni composizione e creando, soprattutto con il bandoneon, un impasto ottimo, il suono ne trae giovamento, corpo, intensità. Ogni scelta compositiva, estemporanea, sonora, ritmica e metrica, è volta all’evocazione di una dimensione intima, con forti connotazioni oniriche. (Continua a leggere)

Otto tracce, tutte inedite, costituiscono Magip, l’ultima fatica di Gilberto Mazzotti e del suo quartetto GB project. L’ascoltatore percepisce subito un suono ben definto, chiaramente scelto come cifra di tutta l’opera. Un suono urbano, moderno, ottimamente impastato dove la sezione ritmica crea una sonorità accattivante. I metri irregolari e le poliritmie che si creano, generano un susseguirsi di momenti, estemporanei e non, che guidano e sostengono le melodie di ampio respiro. Si perché l’atteggiamento compositivo che contraddistingue tutti i brani è proprio la fusione tra scelte ritmiche elaborate, ricercate e armonie e temi, sia essi scritti o improvvisati, di ampio respiro. Il pianoforte di Mazzotti, nei momenti solistici, è sempre misurato e mai eccessivo, pure nelle parti in cui il sax tace, il trio è inteso come un’unica entità, come un solo motore ritmico melodico. (Continua a leggere)

Per chi non avesse avuto ancora la fortuna di vederlo esibirsi dal vivo, questa prima produzione discografica del trio di Giuseppe Vitale (classe 1999 e originario di Vigevano) è sufficiente a dare un’idea della distanza che la separa da certa antipatia programmata cui ormai il jazz nostrano viene troppo spesso ricondotto e accostato. Juttin’Out (uscito per Emme Record Label lo scorso 30 marzo), fin dal titolo, ha l’ambizione di collocarsi in un panorama artistico internazionale, proponendosi come catalizzatore di tutte quelle espressioni musicali assorbite da una band i cui membri raggiungono – in tre – i cinquantacinque anni di età.  Completano il trio il vigoroso batterista Edoardo Battaglia, e Stefano Zambon, funambolico contrabbassista di appena un anno più anziano. (Continua a leggere)

Pionere, visionario, polemico, lucidissimo fino alla fine, se n’è andato ieri Cecil Taylor, artista straordinario emerso a cavallo fra anni ’50 e ’60 ed esploso con fragore dirompente durante gli anni del free jazz. (Continua a leggere)

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