FREE FALL JAZZ

il pianoforte è il mio forte's Articles

Erano anni che non mi avvicinavo più all’ECM. La curiosità di sentire il SoupStar, che dal vivo mi ha sempre emozionato, con l’aggiunta di due musicisti come Louis Sclavis e Gerald Cleaver mi fatto saltare l’ostacolo. Inoltre anche la presenza di un brano che amo, Ida Lupino, ha fatto da par suo. Nonostante queste premesse, il disco purtroppo conferma le stesse caratteristiche “nordiche” dell’ECM. Suonato e registrato benissimo beninteso, ma che non riesce a emozionare. Peccato perchè dal pezzo iniziale, What We Talk About When We Talk About Love, un incedere su piano e batteria ipnotico dove il trombone di Petrella si inserisce benissimo, fino a Ida Lupino, le premesse per un gran disco c’erano tutte. L’ottima intesa tra i musicisti, rende l’ascolto molto piacevole anche se molto riflessivo, i colori e i ritmi si sovrappongo in maniera ottimale. (Continua a leggere)

u0075597946499Che cosa avrà mai da dire di nuovo un disco che nel 2016 si occupa di interpretare per l’ennesima volta delle ballads e dei blues? Proprio nulla, direi, il che per una critica come la nostra, da sempre appassionata al “o famo strano” jazzistico ad ogni costo, è una pecca pressoché imperdonabile, sufficiente a classificare a priori il musicista che intende proporlo nel bieco conservatorismo musicale (detto per inciso, una delle più grossolane idiozie critiche reiteratamente applicate in questo paese ad una cultura musicale per lo più estranea a certe forzature di stampo ideologico), confinandolo entro i limiti dell’ininfluenza e dell’oblio, oltre a considerare quel genere di repertorio ormai esausto e privo di possibili spunti d’interesse. (Continua a leggere)

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Se qualcuno ha dei dubbi sul fatto che il jazz debba essere considerato una musica che, per quanto sofisticata, faccia parte o meno dell’ampio bacino delle musiche popolari, non solo afro-americane, potrebbe scioglierli ascoltando questo pregevole lavoro di Geri Allen, uscito nel 2013 e tra i suoi migliori. Non si sa se per pregiudizio, ignoranza, o per visione artistica di base impropriamente estrapolata dalla concezione europea in materia, il jazz in Italia è vissuto invece dai più come qualcosa di separato e di separabile dal resto: una musica colta pensata per il gradimento di una élite esclusiva di intenditori molto “cool”, la sola in grado di comprenderlo al grido di: “Meno siamo meglio è”. Negli ultimi tempi si è poi assistito a reiterati tentativi di revisionismo storico, più o meno “colti”, ma per lo più vani, secondo i quali il jazz avrebbe in realtà paternità e radici storiche fuori dal territorio americano e ben oltre l’etnia afro-americana, in barba alla natura costituente di certi complessi processi linguistici formativi che lo hanno progressivamente generato. (Continua a leggere)

Figlio di Donald, uno degli innumerevoli talenti scoperti da Art Blakey, e come lui pianista, Keith Brown non è un nome molto conosciuto. Ha lavorato come session man in vari ambiti della black music, dal soul al jazz, e ha già inciso un buon disco in trio pochi anni fa. Con ‘The Journey’, il giovane Brown alza il tiro e ci offre un lavoro ambizioso, un vero e proprio viaggio attraverso tutte le proprie esperienze di musicista, sintetizzate in un freschissimo jazz dal taglio contemporaneo, innervato di soul, neo-soul, funk, hip-hop – colori, melodie, ritmi e arrangiamenti parlano chiaro, anche se il gruppo è spesso e volentieri acustico. Da questo punto di vista, possiamo pensare a punti di riferimento come Lafayette Gilchrist e soprattutto Russell Gunn, due veri e propri maestri anticipatori nella sintesi fra jazz e resto della musica nera contemporanea. (Continua a leggere)

Matt Mitchell, nonostante abbia esordito solo nel 2013 con Fiction, pubblicato dalla Pi Recordings in duo con Ches Smith, è già da anni uno dei pianisti più celebrati e richiesti nella scena avant-jazz americana. Grazie a una notevole preparazione tecnica e accademica (tra i vari impegni, è anche insegnante in diverse scuole di New York come la School for Improvisational Music e la New School), sono diversi i musicisti che si sono avvalsi del suo talento: il suo curriculum vanta collaborazioni con personaggi come Tim Berne. Dave Douglas, Kenny Wheeler e David Torn, la partecipazione ad alcuni dei dischi più notevoli del jazz contemporaneo (come ‘Fourteen’ di Dan Weiss l’anno scorso e ‘Bird Calls‘ di Rudresh Mahanthappa, candidato fin dalla sua uscita a inizio anno ad essere una delle release jazz migliori del 2015), e perfino un fugace flirt con la band avant-prog Thinking Plague (con cui ha suonato su A History of Madness del 2003). Proprio per questo, stupisce relativamente che la sua seconda prova da leader con il doppio album ‘Vista Accumulation’ (pubblicato nel 2015 dalla Pi Recordings, che si conferma nuovamente come una delle label più importanti degli anni Dieci nell’ambito jazz) mostri una visione di insieme così ampia e profonda. (Continua a leggere)

Tigran Hamasyan è considerato in ambito di pianismo improvvisato il fenomeno del momento, e si sa che oggi il jazz vive molto (purtroppo) di fenomenologie e mode, che talvolta mostrano nel tempo dubbia consistenza musicale. Pianista armeno di ispirazione jazzistica e di fama ormai internazionale (premiato nel 2006 da Herbie Hancock, al Thelonious Monk Institute of Jazz come “miglior piano jazz”), il ventottenne Hamasyan si preparava domenica scorsa ad esibirsi nella chiesa di Santa Maria Maggiore, situata in Piazza Vecchia in Bergamo Alta, nell’ambito di “Contaminazioni contemporanee”, manifestazione inserita nel ricco e vario programma di “Bergamo Scienza” edizione 2015, proponendo il suo ultimo progetto “Luys i Luso”, ossia “luce dalle luci” basato su reinterpretazioni di musiche sacre armene. (Continua a leggere)

Konrad “Conny” Plank è un personaggio rinomato tra l’audience più alternativa della musica rock. È infatti alle sue doti come produttore e ingegnere del suono che si devono alcuni dei più importanti dischi del krautrock anni Settanta (tra i più famosi musicisti che si sono avvalsi spesso del suo talento vanno annoverati almeno NEU!, Kraftwerk, Cluster e Ash Ra Tempel), così come alcuni dei lavori che definirono la new wave e la musica elettronica tra gli anni Settanta e Ottanta, come Before and After Science e Music for Airports di Brian Eno, il debutto dei Devo e Vienna degli Ultravox.
I suoi rapporti con il jazz non sono stati altrettanto stretti, anche se proprio Nipples di Peter Brötzmann e The Living Music di Alexander von Schlippenbach furono i primi dischi cui abbia collaborato dietro le quinte nella sua carriera ventennale.

Proprio per questo, l’annuncio dato a inizio anno dall’etichetta Grönland riguardo l’esistenza di alcune registrazioni dell’orchestra di Duke Ellington dovute a Plank (risalenti all’estate 1970, rappresentando quindi il suo ultimo contributo in ambito jazz prima di concentrarsi sulla scena rock tedesca) ha suscitato un discreto clamore, anche per via di una notevole curiosità su cosa potesse saltare fuori da tali nastri vista la lontananza stilistica tra i due pesi massimi coinvolti.  (Continua a leggere)

È sempre più frequente sentire intorno al jazz discorsi che tendono a rimarcare più che la centralità del contributo afro-americano, di quello europeo, in una sorta di revisionismo storico e critico da tempo in corso che come minimo lascia perplessi. (Continua a leggere)

Scoprire nel 2015 e all’alba dei suoi 70 anni, che il personaggio Jarrett faccia ancora discutere più del musicista  fa abbastanza sorridere. Frasi come: “Sono contro Jarrett”, o persino, “Odio Jarrett”, che ci è capitato recentemente di leggere sui social della rete, lasciano come minimo perplessi, specie se pronunciate da chi il musicista lo fa di professione e magari con risultati artistici difficilmente paragonabili. Peraltro, è ben curioso che certe invettive rivelino tra le righe scarsa conoscenza della sua musica. Mi pare che certi termini siano più conformi a luoghi come le curve degli stadi che riservabili ad un dibattito sulla musica, magari con pretese “colte” e peraltro l’odio  è sentimento che affonda solitamente le proprie radici nell’ignoranza. (Continua a leggere)