FREE FALL JAZZ

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Pionere, visionario, polemico, lucidissimo fino alla fine, se n’è andato ieri Cecil Taylor, artista straordinario emerso a cavallo fra anni ’50 e ’60 ed esploso con fragore dirompente durante gli anni del free jazz. (Continua a leggere)

Non era un musicista jazz, Fats Domino, ma certamente era parte della famiglia. Se il rhythm’n'blues era una semplificazione del jazz in chiave ancor più hot, incisiva e ballabile, Fats Domino ne fu un esponente di spicco. (Continua a leggere)

Se ci seguite da un po’ di tempo, saprete che Christian Scott gode di enorme stima su queste webpagine. Senza arrivare a dire che, in Italia, siamo stati i soli e i primi a seguire la sua carriera e a notarne la crescente importanza all’interno degli ultimi dieci anni di jazz, possiamo almeno dire “però quasi”. Un cammino iniziato con l’ottimo ‘Rewind That’ e arrivato ad una sintesi perfetta di tutte le varie sfaccettature esibite fino a quel momento nell’ancora recentissimo ‘Stretch Music’. Tutta questa premessa serve per mettere in chiaro una cosa: il nuovo cd è un bel fiasco, non importa quanto se ne stimi l’autore. Primo album di una trilogia che verrà completata nel corso del 2017, ‘Ruler Rebel’ fa un salto della cavallina troppo azzardato con le sonorità dell’illuminato predecessore, franando rovinosamente in un insipido minestrone jazz-o-tronico. (Continua a leggere)

Se n’è andato ieri pure Arthur Blythe, grande e sottostimato sassofonista che molto probabilmente (ovvero, di sicuro) non ha ottenuto quanto meritava. (Continua a leggere)

Se n’è andato nel sonno, in silenzio, pure Horace Parlan, grande e versatile pianista dall’impronta roots, ricordato dai più innanzitutto per i lavori con Charles Mingus, Rashaan Roland Kirk, Booker Ervin, Lockjaw Davis, Stanley Turrentine e Dexter Gordon, ma titolare pure di un’ottima discografia da leader. (Continua a leggere)

Qualche anno fa ‘Injuries’, esordio degli svedesi Angles 9, aveva attirato l’attenzione di diversi tra gli addetti ai lavori che si erano sprecati in elogi e in paragoni altisonanti (tra gli altri: Duke Ellington, Charles Mingus e Carla Bley) per via di una originale declinazione in chiave moderna e post-free della musica per big band. Su queste pagine avevamo corretto il tiro: non si trattava di un miracolo di orchestrazione per ensemble allargato di musica jazz contemporanea, bensì di un amatoriale quanto fallimentare tentativo di estendere le forme della scuola avant-jazz europea a un combo di nove elementi (due sassofoni, una cornetta, una tromba, un trombone, un pianoforte, un basso, una batteria e un vibrafono).

Quest’anno è la volta di ‘Disappeared Behind the Sun’, pubblicato il 17 gennaio ancora una volta dalla Clean Feed (il cui catalogo troppo spesso vanta discutibili esperimenti eseguiti con pochissima competenza e creatività), e ancora una volta i limiti della musica degli Angles 9 (la cui line up è rimasta invariata dai tempi di ‘Injuries’) si rivelano invalicabili. L’idea di fondo è molto semplice: mentre pianoforte, basso e batteria procedono su un sostenuto passo jazz-funk, abbellito dagli arrangiamenti del vibrafono, i cinque fiati ora tessono le idee melodiche portanti dei brani, ora si cimentano in lunghe sezioni solistiche corali. (Continua a leggere)

Storico, critico, scrittore, saggista, giornalista. Nat Hentoff ha attraversato, da testimone, tutta la storia del jazz dagli anni ’40 fino a ieri, quando è morto serenamente in casa all’età di 91 anni. Pluripremiato, e con merito, in vita, impegnato in cause progressiste e autore di mille e più note di copertina, articoli e libri, Hentoff non era un musicista, ma resta una figura che ha fatto parte della storia della musica, dal lato della critica e della divulgazione. Uno di quei nomi che si pensano eterni, e invece… Ciao Nat, buon proseguimento.

Se n’è andato ieri notte pure il grande Bobby Hutcherson, per complicazioni da enfisema polmonare. Aveva 75 anni. Hutcherson fu il maggiore dei vibrafonisti post-Milt Jackson e l’uomo che ridisegnò lo strumento per il successivo cammino del jazz. (Continua a leggere)

Sempre più spesso ci capita di leggere discorsi contraddittori sul jazz, tra sedicenti “puristi” che vorrebbero ingabbiare questa musica in confini ristretti, magari semplicemente legati al proprio gusto personale e chi invece, cercando di darsi una apparenza di persona musicalmente e culturalmente aperta, straparla di “aprirsi alle musiche”, e di musica “evoluta”, se non proprio ormai affrancata dalla propria tradizione e mutata in qualcosa nel quale sarebbe ormai inutile cercare di identificare certe peculiarità stilistiche. (Continua a leggere)

Muscolare. Musicista muscolare. Lo si legge spesso e volentieri, negli articoli italiani sul jazz (non sui nostri, tranne in questo). In inglese almeno, “muscular” e “jazz” danno ricerche infruttuose, Google alla mano. Ma pure con altri aggettivi della stessa area semantica non va molto meglio. Tranquilli, non sto facendo della linguistica comparata! (Continua a leggere)