FREE FALL JAZZ

che amarezza's Articles

Se n’è andato ieri pure Arthur Blythe, grande e sottostimato sassofonista che molto probabilmente (ovvero, di sicuro) non ha ottenuto quanto meritava. (Continua a leggere)

Se n’è andato nel sonno, in silenzio, pure Horace Parlan, grande e versatile pianista dall’impronta roots, ricordato dai più innanzitutto per i lavori con Charles Mingus, Rashaan Roland Kirk, Booker Ervin, Lockjaw Davis, Stanley Turrentine e Dexter Gordon, ma titolare pure di un’ottima discografia da leader. (Continua a leggere)

Qualche anno fa ‘Injuries’, esordio degli svedesi Angles 9, aveva attirato l’attenzione di diversi tra gli addetti ai lavori che si erano sprecati in elogi e in paragoni altisonanti (tra gli altri: Duke Ellington, Charles Mingus e Carla Bley) per via di una originale declinazione in chiave moderna e post-free della musica per big band. Su queste pagine avevamo corretto il tiro: non si trattava di un miracolo di orchestrazione per ensemble allargato di musica jazz contemporanea, bensì di un amatoriale quanto fallimentare tentativo di estendere le forme della scuola avant-jazz europea a un combo di nove elementi (due sassofoni, una cornetta, una tromba, un trombone, un pianoforte, un basso, una batteria e un vibrafono).

Quest’anno è la volta di ‘Disappeared Behind the Sun’, pubblicato il 17 gennaio ancora una volta dalla Clean Feed (il cui catalogo troppo spesso vanta discutibili esperimenti eseguiti con pochissima competenza e creatività), e ancora una volta i limiti della musica degli Angles 9 (la cui line up è rimasta invariata dai tempi di ‘Injuries’) si rivelano invalicabili. L’idea di fondo è molto semplice: mentre pianoforte, basso e batteria procedono su un sostenuto passo jazz-funk, abbellito dagli arrangiamenti del vibrafono, i cinque fiati ora tessono le idee melodiche portanti dei brani, ora si cimentano in lunghe sezioni solistiche corali. (Continua a leggere)

Storico, critico, scrittore, saggista, giornalista. Nat Hentoff ha attraversato, da testimone, tutta la storia del jazz dagli anni ’40 fino a ieri, quando è morto serenamente in casa all’età di 91 anni. Pluripremiato, e con merito, in vita, impegnato in cause progressiste e autore di mille e più note di copertina, articoli e libri, Hentoff non era un musicista, ma resta una figura che ha fatto parte della storia della musica, dal lato della critica e della divulgazione. Uno di quei nomi che si pensano eterni, e invece… Ciao Nat, buon proseguimento.

Se n’è andato ieri notte pure il grande Bobby Hutcherson, per complicazioni da enfisema polmonare. Aveva 75 anni. Hutcherson fu il maggiore dei vibrafonisti post-Milt Jackson e l’uomo che ridisegnò lo strumento per il successivo cammino del jazz. (Continua a leggere)

Sempre più spesso ci capita di leggere discorsi contraddittori sul jazz, tra sedicenti “puristi” che vorrebbero ingabbiare questa musica in confini ristretti, magari semplicemente legati al proprio gusto personale e chi invece, cercando di darsi una apparenza di persona musicalmente e culturalmente aperta, straparla di “aprirsi alle musiche”, e di musica “evoluta”, se non proprio ormai affrancata dalla propria tradizione e mutata in qualcosa nel quale sarebbe ormai inutile cercare di identificare certe peculiarità stilistiche. (Continua a leggere)

Muscolare. Musicista muscolare. Lo si legge spesso e volentieri, negli articoli italiani sul jazz (non sui nostri, tranne in questo). In inglese almeno, “muscular” e “jazz” danno ricerche infruttuose, Google alla mano. Ma pure con altri aggettivi della stessa area semantica non va molto meglio. Tranquilli, non sto facendo della linguistica comparata! (Continua a leggere)

A volte mi domando cosa sarebbe successo alla Cappella Sistina se il Buonarroti nel ricevere l’incarico di ridipingerla avesse dovuto subire dal suo finanziatore, Papa Giulio II, serie ingerenze su come svolgerlo. Ben si sa che il mecenatismo ha avuto un ruolo decisivo nella produzione della grande arte rinascimentale e il paragone, apparentemente paradossale, mi è venuto in mente mentre ascoltavo questo disco ben suonato ma inaspettatamente noioso di Avishai Cohen, trombettista israeliano ma operativo a New York, giustamente tra i più acclamati sulla scena jazzistica contemporanea e recentemente approdato alla scuderia ECM di Manfred Eicher. Il noto produttore tedesco sembra infatti avere la capacità di far suonare qualsiasi musicista che ingaggi allo stesso modo, secondo una estetica che sembra richiedere al musicista di turno più o meno volutamente, o semplicemente in forma indotta (non saprei stabilire precisamente in questo caso), di conformarsi ad un “suono” ben preciso, proprio della linea che identifica da anni la casa discografica stessa. (Continua a leggere)

Qualche tempo fa si è tenuta la miliardesima edizione del Festival di Sanremo, con tutto il solito regolare codazzo di polemiche, favoriti, sfavorite, nuove proposte, vecchie mummie e chi più ne ha più ne metta. Niente di diverso dalle edizioni passate né, vien da pensare, da quelle future. Nell’edizione 2016 ha fatto scalpore la presenza di un musicista in particolare, Enzo Bosso, pianista e compositore, purtroppo affetto da SLA a soli 44 anni. (Continua a leggere)