FREE FALL JAZZ

cecil taylor's Articles

Questo articolo è stato pubblicato su Musica Jazz di Luglio dello scorso anno e qui lo ripresentiamo nella sua forma originale (peraltro bozza pressoché integralmente pubblicata dopo piccole necessarie correzioni di cui ho tenuto conto). Come per le altre occasioni  ho aggiunto i link dei brani citati a supporto della lettura, cosa che ovviamente su cartaceo non è possibile fare.

Ringrazio il direttore della rivista Luca Conti per la gentile concessione.

Riccardo Facchi

Ci sono vocaboli nella narrazione del jazz che sono a dir poco abusati, veri e propri stereotipi utilizzati in modo eccessivo e talvolta improprio. Uno dei più battuti è certamente il termine “rivoluzione” e sarebbe difficile rintracciare chi non abbia visto un qualsiasi scritto che parli del tema Free Jazz senza vedere dopo poche righe quel termine, peraltro stimolato e in parte giustificato dalla forte connotazione socio-politica di cui si è tinto negli anni ’60, legata alla cosiddetta “protesta nera”. Qualcosa di analogo successe peraltro già nel dopoguerra col be-bop (per certi versi fase musicalmente ancor più “rivoluzionaria”), quasi che si trattasse di eventi in musica improvvisi e traumatici capitati tra capo e collo, disegnando scenari di rottura netta col passato e relativa tradizione, invecchiando così istantaneamente qualsiasi cosa prodotta in precedenza. (Continua a leggere)

Come forse non tutti sanno (nemmeno noi, in effetti), Cecil Taylor è stato insignito del Premio Kyoto nel 2013, per la cospicua somma di 500.000 dollari. Un bel premio ad un musicista che non è mai stato fermo un attimo della sua lunga vita e ancora oggi si dimostra pugnace e spigoloso. (Continua a leggere)

Nella sua lunghissima carriera, Cecil Taylor ha diretto formazioni di tutti i tipi, dal piano solo all’orchestra. Sempre sotto il segno radicale dell’iconoclastia, a volta fin troppo calcata quando non fine a sè stessa, in ogni caso mai banale. ‘Winged Serpent’ vede Taylor alla guida della Orchestra Of Two Continents, ovvero undici elementi proveniente da entrambi i lati dell’Atlantico. Troviamo gli americani Jimmy Lyons (contralto), Frank Wright (tenore), Karen Borca (fagotto), William Parker (contrabbasso), Andre Martined e Rashied Bakr (batteria), e gli europei John Tchicai (tenore), Enrico Rava e Tomas Stànko (tromba), e Gunter Hampel (baritono e clarone). Una simile bocca di fuoco viene utilizzata in ricche tessiture di fiati ed estatici crescendo che culminano in improvvisazioni collettive, spesso e volentieri caotiche, stridenti, ancorate a terra da ostinati di basso o dalla pulsazione suggerita da un pianoforte invasivo e martellante. (Continua a leggere)

Questo bel concerto riprende Cecil Taylor nel 1995 con il suo particolarissimo trio dell’epoca: piano, batteria e percussionista multistrumento. L’occasione è la tappa di Middheim tour europeo, da cui viene tratta questa performance energica e vibrante. E ora band alle ciance!


Cecil, ovviamente, è Cecil Taylor, una delle personalità più scontrose del pianeta jazz. Uno così duro e riottoso che al confronto Miles Davis pareva Fabio Fazio (scusate il termine). Uno che coniò il linguaggio pianistico del free jazz, ai tempi, e poi si spinse oltre, lavorando forsennatamente con musicisti di entrambi i lati dell’oceano, ridisegnando il piano e il ruolo centrale della sua percussività nell’estetica negramericana. Uno che ha sempre ribadito l’importanza del pianismo nero, di Art Tatum, Fats Weller, Duke Ellington, Bud Powell e Horace Silver senza mai per un secondo mendicare grandezza per luci riflessi di musica classica osservata dal buco della serratura. Uno che insomma ci piace, e l’elenco di cui sopra è semplicemente robetta per riempire spazio. Nel giorno del suo ottantatreesimo compleanno, FFJ coglie l’occasione di farvi vedere questo bel documentario, ‘All The Notes’, opera del fotografo e documentarista Christopher Felver. Prendetevi quei settantacinque minuti e guardatelo, perché ne vale davvero la pena. E Taylor è un simpaticissimo canaglione!