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downloadLa scena musicale israeliana con il trentacinquenne pianista e compositore Omer Klein si conferma una delle più rigogliose e creative nel panorama della musica improvvisata contemporanea e del jazz, portando in dote una quantità di protagonisti qualitativamente paragonabili al livello dei migliori esponenti in circolazione sulla scena internazionale. Oltre a Klein, si possono infatti elencare il trombettista Avishai Cohen, con la sorella clarinettista e sassofonista Anat, i pianisti Yonathan Avishai, Shai Maestro e Yaron Herman, i contrabbassisti Omer Avital e Avishai Cohen, il chitarrista Gilad Heckselman, il trombonista Rafi Malkiel (che abbiamo potuto apprezzare ad inizio 2016 a Milano nell’ottetto “latin” di Arturo O’Farrill) e il collega Avi Lebovich (titolare di una eccellente big band composta da giovani talenti israeliani con la quale Klein si è esibito come ospite nell’ultima stagione di Aperitivo in Concerto), il clarinettista Oran Erkin; sono solo alcuni dei nomi già da tempo noti agli appassionati più avveduti. (Continua a leggere)

Dopo l’apertura della XXXIIª stagione di Aperitivo in Concerto affidata al SF Jazz Collective al debutto in Italia, il palco del Teatro Manzoni ospita un altro superbo e modernissimo ensemble, guidato dal trombonista israeliano Avi Lebovich. Domenica 13 novembre, 11 musicisti di rilievo sulla scena internazionale accompagnano il leader Lebovich che ospita un connazionale pianista d’eccezione, l’acclamato compositore Omer Klein. (Continua a leggere)

John Klemmer (nato il 3 luglio, 1946) è un eccellente sassofonista e compositore americano di cui non si parla quasi più, anche perché a un certo punto si è perso nei meandri di una musica più “easy listening” ma che tra anni ’60 e  ’70 si rivelò uno straordinario improvvisatore che andrebbe riascoltato e rivalutato. (Continua a leggere)

Nell’attesa di vederlo a breve in Italia, ecco il quintetto di Roy Hargrove alle prese con una bellissima versione di ‘Tom Cat’, classico di Lee Morgan. Da notare come il gruppo entra ed esca agilmente dal tracciato, gettando una luce originale sul brano senza però tradirne le premesse.


u0075597946499Che cosa avrà mai da dire di nuovo un disco che nel 2016 si occupa di interpretare per l’ennesima volta delle ballads e dei blues? Proprio nulla, direi, il che per una critica come la nostra, da sempre appassionata al “o famo strano” jazzistico ad ogni costo, è una pecca pressoché imperdonabile, sufficiente a classificare a priori il musicista che intende proporlo nel bieco conservatorismo musicale (detto per inciso, una delle più grossolane idiozie critiche reiteratamente applicate in questo paese ad una cultura musicale per lo più estranea a certe forzature di stampo ideologico), confinandolo entro i limiti dell’ininfluenza e dell’oblio, oltre a considerare quel genere di repertorio ormai esausto e privo di possibili spunti d’interesse. (Continua a leggere)

Il bassista Peter Brendler è uno dei giovani jazzisti più in vista della scena jazz newyorkese. Cresciuto a Baltimora, nel Maryland, ha iniziato i suoi studi musicali al basso elettrico passando ben presto allo strumento acustico, ma sa suonare anche chitarra e pianoforte. Ha conseguito la laurea in musica nel 2001 al Berklee College of Music a pieni voti. Dopo aver completato gli studi a Boston, Brendler si è trasferito a New York, dove ha conseguito il Master in Musica al Manhattan School of Music, studiando con il bassista Jay Anderson, così come con altri luminari come Dave Liebman, Garry Dial, e Phil Markowitz. Nel quindicennio nel quale Brendler ha stazionato a New York ha fatto numerose apparizioni come sideman in svariate registrazioni. Si è esibito con artisti come John Abercrombie, Rich Perry, Victor Lewis, Barry Altschul, Frank Kimbrough e Jon Irabagon, tra gli altri. (Continua a leggere)

R-6658526-1434839635-2714.jpegEcco un disco che sembra fatto apposta per innescare discussioni, se non delle vere e proprie polemiche, tra gli appassionati. Ho avuto modo di ascoltarlo solo recentemente, ma è un disco già inciso due anni fa ed era già il settimo prodotto in studio da un quartetto (con la necessaria aggiunta nell’occasione di Ron Stabinsky al piano) di giovani jazzisti internazionalmente già affermati e noti ai più, come in particolare il trombettista Peter Evans e il sassofonista Jon Irabagon, sotto l’eccentrica sigla Mostly Other People Do The Killing (MOPDTK). Il motivo del contendere è concentrato nel fatto che Blue è una riproduzione fedele, nota per nota, battuta dopo battuta, del capolavoro di Miles Davis Kind of Blue, probabilmente il più famoso album di jazz di tutti i tempi. (Continua a leggere)

Proprio adesso il buon Wynton si accinge a suonare dal vivo a Festival di Marciac, accompagnato dal suo ben noto quintetto. Ciancio alle bande, alzate il volume!


La location del Tempio Di Nettuno, in mezzo ai resti d’epoca romana, è suggestiva e sarebbe stata una cornice magnifica per il concerto di Cyrus Chestnut e i suoi. Dico sarebbe, perchè un acquazzone mattutino ha spinto gli organizzatori a optare per la prudenza e spostare in fretta e furia l’esibizione in un piccolo gazebo presente nel parco stesso. Ma va bene anche così: ci siamo goduti dell’ottimo jazz a distanza estremamente ravvicinata.

Di Chestnut abbiamo già parlato in precedenza su queste pagine: si tratta di uno dei pianisti più solidi del panorama mainstream americano, con una proprietà di linguaggio che attraversa decenni di jazz fino a toccare radici intrise di blues e di gospel. Il trio è completato da una sezione ritmica dal pedigree impressionante: Buster Williams al basso, Lenny White alla batteria. La stessa formazione, dunque, autrice del recente ‘Natural Essence’. Proprio quest’ultimo costituisce il fulcro della scaletta, anche se stasera i nostri sembrano avere una marcia in più rispetto al (pur buon) disco. In particolare, a giovarsene è la ‘Mamacita’ che fu di Joe Henderson, ora davvero travolgente, ma anche i momenti più calmi,  come la “notturna” ‘Faith Amongst The Unknown’, risultano altrettanto incisivi. (Continua a leggere)

Il concerto che segue è parte dell’esibizione della splendida band di Eric Harland, portentoso batterista, immortalata nel disco ‘Eric Harland Voyager: Live By Night’. Un gruppo strepitoso (oltre al leader troviamo Walter Smith III al sax, Taylor Eigsti al piano, Julian Lage alla chitarra, Harish Raghavan al basso) in una performance energica e fantasiosa di grande jazz moderno.