FREE FALL JAZZ

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Stando a quanto affermato da Nels Cline nell’intervista comparsa su Musica Jazz del settembre dello scorso anno, il progetto che stiamo per commentare era allo studio del chitarrista californiano di Los Angeles già da molto tempo, nientemeno che da un quarto di secolo. Il che già di per sé dà l’idea di quanto lavoro di approfondimento deve esserci stato dietro la sua stesura definitiva, sebbene ciò non basti a definirne l’implicita riuscita, senza cioè tener conto della sua realizzazione finale. Sta di fatto che Cline ha per davvero realizzato un’opera pregevole sotto vari punti di vista. Si tratta di un lavoro importante, tra i migliori che mi sia capitato di ascoltare di recente, considerata anche la produzione media odierna tracciata su CD intorno al jazz e alla musica improvvisata, spesso non così curata. (Continua a leggere)

Ci sono minchioni che sostengono sia superato affrontare gli standard, che sia una cosa detestabile e, perché no, fatta solo per compiacere il pubblico. Trattasi, appunto, di minchioni e di ignoranti, perché la differenza la fa sempre il musicista. Se è in gamba saprà trarre qualcosa di valido e originale pure dal pezzo ritenuto più logoro. Un esempio? Questa bellissima versione di ‘Softly As In A Morning Sunrise’ del quartetto del batterista Ari Hoenig, registrata allo Smalls.


Ci sono luoghi comuni nella critica jazz nostrana che paiono servire più a farsi accettare dal “branco” che a qualificarsi per competenze in materia. Ciò succede per diverse ragioni che qui non possiamo seriamente analizzare, ma la principale delle quali pare andare oltre il jazz ed essere legata alla diffusa abitudine nel nostro paese di conformarsi a certo sentire comune, se non ad un vero e proprio pensiero unico. Curioso atteggiamento questo da mostrare verso una musica che ha fatto storicamente dell’anticonformismo una sua ragion d’essere. La radice autentica del problema temo però che sia da ricercare in un ambiente intorno a questa musica decisamente invecchiato, divenuto troppo ristretto, autoreferenziale e fermo a schemi critici che paiono ormai abbondantemente superati e sostanzialmente fallaci, nonostante si pretenda di farli sembrare ancora “aggiornati”. (Continua a leggere)

A illuminare ulteriormente la fine del 2016 ci pensa pure la sempre attiva Mary Halvorson, stavolta col suo ottetto. ‘Away With You’ esce su Firehose 12 il prossimo 28 ottobre. (Continua a leggere)

L’8 Aprile 2016 la Cleanfeed Records, casa discografica portoghese, pubblica ‘Leaps in Leicester’, un’opera di altissimo livello, testimonianza dell’incontro tra il pianista Alexander Hawkins e il “Colosso” Evan Parker. Il territorio è quello della free improvisation, attraverso la quale i due artisti dialogano, si scoprono e plasmano a loro piacimento melodie, rumori, suoni, silenzi, metri e timbri, prescindendo da qualsiasi forma musicale. L’eleganza di Hawkins riesce a esaltare la genialità di Parker, a volte in contrappunto, altre imitando e altre ancora in pieno contrasto. I quadri sonori sonori che man mano si succedono hanno, come sfondo, tonalità poetiche, un po’ crepuscolari, anche molto intime. La violenza sonora, la tensione drammatica, tipiche di molto produzioni di genere, qui fanno il paio con un intrecciarsi di melodie e con una dolcezza che permea ogni traccia. (Continua a leggere)

Il trio di Matthew Shipp, Michael Bisio e Newman Taylor Baker è uno dei più interessanti e originali in giro oggi, con una corposa discografia in costante aggiornamento a dimostrarlo. E parlando proprio di aggiornamento, prepariamoci: ‘Piano Song’, il nuovo album dei tre, è già stato registrato e uscirà a gennaio 2017 su Thirsty Ear.

u0075597946499Che cosa avrà mai da dire di nuovo un disco che nel 2016 si occupa di interpretare per l’ennesima volta delle ballads e dei blues? Proprio nulla, direi, il che per una critica come la nostra, da sempre appassionata al “o famo strano” jazzistico ad ogni costo, è una pecca pressoché imperdonabile, sufficiente a classificare a priori il musicista che intende proporlo nel bieco conservatorismo musicale (detto per inciso, una delle più grossolane idiozie critiche reiteratamente applicate in questo paese ad una cultura musicale per lo più estranea a certe forzature di stampo ideologico), confinandolo entro i limiti dell’ininfluenza e dell’oblio, oltre a considerare quel genere di repertorio ormai esausto e privo di possibili spunti d’interesse. (Continua a leggere)

La location del Tempio Di Nettuno, in mezzo ai resti d’epoca romana, è suggestiva e sarebbe stata una cornice magnifica per il concerto di Cyrus Chestnut e i suoi. Dico sarebbe, perchè un acquazzone mattutino ha spinto gli organizzatori a optare per la prudenza e spostare in fretta e furia l’esibizione in un piccolo gazebo presente nel parco stesso. Ma va bene anche così: ci siamo goduti dell’ottimo jazz a distanza estremamente ravvicinata.

Di Chestnut abbiamo già parlato in precedenza su queste pagine: si tratta di uno dei pianisti più solidi del panorama mainstream americano, con una proprietà di linguaggio che attraversa decenni di jazz fino a toccare radici intrise di blues e di gospel. Il trio è completato da una sezione ritmica dal pedigree impressionante: Buster Williams al basso, Lenny White alla batteria. La stessa formazione, dunque, autrice del recente ‘Natural Essence’. Proprio quest’ultimo costituisce il fulcro della scaletta, anche se stasera i nostri sembrano avere una marcia in più rispetto al (pur buon) disco. In particolare, a giovarsene è la ‘Mamacita’ che fu di Joe Henderson, ora davvero travolgente, ma anche i momenti più calmi,  come la “notturna” ‘Faith Amongst The Unknown’, risultano altrettanto incisivi. (Continua a leggere)

David Gilmore, oramai cinquantenne, è uno dei chitarristi più richiesti del jazz americano di oggi, e ascoltandone i contributi disseminati in lungo e in largo in una carriera più che ventennale, non si fatica a capire il perché. Versatile ed evoluto, il suo stile ben si adatta alle più disparate esigenze, dalle sonorità più spigolose e geometriche di Steve Coleman al mainstream contemporaneo di Orrin Evans e molti altri ancora (Muhal Richard Abrahams, Uri Caine, Wayne Shorter, Rudresh Mahantappah, Don Byron, Dave Douglas, solo per dirne alcuni). Sorprende, piuttosto, che la sua discografia da leader sia tanto esigua. ‘Energies Of Change’, oltre ad essere il nome dell’ultimo cd, è pure quello della band, un formidabile quintetto ben rodato sui palchi e, di conseguenza, molto affiatato. (Continua a leggere)