FREE FALL JAZZ

1 2 3 casino's Articles

Il Bonnaroo Festival è uno dei più grossi eventi musicali degli Stati Uniti, quattro giorni di musica di ogni tipo nella campagna del Tennessee. Ci suonano musicisti di tutti i tipi e di tutte le estrazioni, vecchi e nuovi, dal pop di Elton John al metal dei Lamb Of God passando per ZZ Top, Stevie Wonder, Zac Brown Band e chi più ne ha più ne metta. Ogni anno il festival si chiude con una grande jam session; nell’edizione 2016, la jam è stata guidata da Kamasi Washington e filmata professionalmente. Eccola qui sotto, due ore di jazz/soul/funk/fatevoi davvero trascinanti.


Ho sempre trovato il preambolo formale in ambito di critica jazzistica un sostanziale errore metodologico nell’esprimere le relative valutazioni sulla musica che si ascolta, così come l’eccesso di enfasi posta oggi sulla complessità o meno delle strutture nella musica improvvisata un elemento che può gravemente distorcerne il giudizio. (Continua a leggere)

C’era molta attesa per ‘Infanticide’, secondo album della contrabbassista Caterina Palazzi che già si era distinta benissimo col precedente ‘Sudoku Killer’. Il nuovo disco conferma la strumentazione (anche se al sax tenore troviamo oggi Antonio Raia) e il gusto per atmosfere cupe, ambigue, al servizio di una narrazione quasi cinematografica. ‘Infanticide’ però alza il tiro, estremizzando il volume e la brutalità: il suono è fortemente caratterizzato da una chitarra elettrica sporca e fragorosa, molto vicina allo Steve Albini degli Shellac. Noise rock newyorkese sommato a moderno jazz italiano, quindi… e la cosa bella è che funziona. Tanti i momenti energici, dove pure il sax si lancia in fraseggi urlanti e acuti per reggere la forza d’urto dei riff, ma molti pure quelli di quiete, in cui riemerge quel gusto per la melodia oscuro ed inquietante dell’esordio. (Continua a leggere)


La lettura in questi mesi di diversi scritti in rete sulla materia jazzistica mi ha condotto a riflettere sul modo nel quale viene oggi maggioritariamente inteso il jazz nel nostro paese e a scrivere qualche riga intorno al provocatorio tema indicato nel titolo. (Continua a leggere)

Noi facciamo bisboccia di quella pesante, sulla spiaggia privata della FFJ Mansion. Al punto che saremo presto ridotti da buttare via. Eh sì, inutile nasconderci dietro a un dito. Ma in fin dei conti non l’abbiamo mai fatto, ora che ci penso… dev’essere il quarto mojito a stomaco vuoto che inizia a fare effetto. Vabbeh, un po’ di Karl Denson a tutto volume e risiamo a posto (forse)! Buon ferragosto dalla redazione di FFJ!


Nell’accogliente sala del Teatro del Gavitello il pubblico italiano ha potuto assistere ad una prima di assoluta rilevanza. Non solo Devin Paglianti viene per la prima volta in Italia, ma lo fa presentando in esclusiva un suo personalissimo, inedito progetto destinato a squadernare per sempre i meandri della musica per come la comprendiamo oggi. Le usuali dicotomie scritto-improvvisato, intenzionale-casuale infatti sono annullate interamente nel suo rivoluzionario The Tombola Conduction. (Continua a leggere)

I Free Nelson Mandoomjazz sono un trio scozzese (Rebecca Sneddon al sassofono alto, Colin Stewart al basso e Paul Archibald alla batteria) che dal 2013, anno della formazione e delle prime registrazioni della band, si è prefissato un obiettivo ben preciso: trovare un punto di contatto tra il jazz e il doom metal.

Già i due EP pubblicati all’epoca lasciavano ben pochi dubbi sull’approccio del gruppo alla materia musicale: gli espliciti riferimenti nei titoli (‘The Shape of Doomjazz to Come’ e ‘Saxophone Giganticus’) e nelle copertine (che rivisitavano quelle dei classici “sbeffeggiati” sostituendo a Ornette Coleman e a Sonny Rollins la figura incappucciata della Sneddon, chiaramente omaggiando i Sunn O)))) ostentavano quel tipo di umorismo vagamente dissacrante di stampo Mostly Other People Do the Killing, mentre i brani accoppiavano una granitica base ritmica di scuola doom, con tanto di basso pesantemente distorto, ai volteggi pirotecnici del sassofono che strizzavano l’occhio all’ala più sperimentale e oltranzista del free jazz. A parte il fattore sorpresa per il connubio non usuale, comunque, non c’è molto da segnalare, vista anche l’immaturità con cui viene realizzato tale crossover stilistico. (Continua a leggere)

Nella sua lunghissima carriera, Cecil Taylor ha diretto formazioni di tutti i tipi, dal piano solo all’orchestra. Sempre sotto il segno radicale dell’iconoclastia, a volta fin troppo calcata quando non fine a sè stessa, in ogni caso mai banale. ‘Winged Serpent’ vede Taylor alla guida della Orchestra Of Two Continents, ovvero undici elementi proveniente da entrambi i lati dell’Atlantico. Troviamo gli americani Jimmy Lyons (contralto), Frank Wright (tenore), Karen Borca (fagotto), William Parker (contrabbasso), Andre Martined e Rashied Bakr (batteria), e gli europei John Tchicai (tenore), Enrico Rava e Tomas Stànko (tromba), e Gunter Hampel (baritono e clarone). Una simile bocca di fuoco viene utilizzata in ricche tessiture di fiati ed estatici crescendo che culminano in improvvisazioni collettive, spesso e volentieri caotiche, stridenti, ancorate a terra da ostinati di basso o dalla pulsazione suggerita da un pianoforte invasivo e martellante. (Continua a leggere)

La storia di questo disco dal vivo  è ben nota. Si tratta di un concerto alla Temple University registrato nel novembre del ’66 con mezzi di fortuna: aneddotica vuole che un pubblico già sparuto avesse cominciato ad andarsene dopo la prima mezz’ora, che Coltrane, già malato, avesse suonato male, che gli studenti-organizzatori avessero finito per rimetterci. Le registrazioni bootleg, in giro da anni, restituivano un’immagine incompleta dell’evento. Ci ha pensato la Impulse a darne la versione definitiva e ufficiale, portando la qualità sonora a livelli poco meno che accettabili. In quest’ultima, discussa e controversa fase della sua carriera, Coltrane cercava la trascendenza attraverso la musica: dal jazz modale era partito verso l’India, l’Oriente e l’Africa, esplorando tutte le possibilità sonore della strumentazione fino a sfiorare i confini del rumore. (Continua a leggere)

Domenico Caliri, chitarrista, si era distinto anni fa alla corte di Enrico Rava periodo ‘Electric Rava’, per poi proseguire verso altri percorsi musicali, anche estranei al jazz. Il nuovo album ‘Camera Lirica’ segna l’inizio di una nuova fase, e allo stesso tempo un riepilogo del passato: si tratta infatti di un lavoro che lo vede solo in veste di compositore e arrangiatore per una formazione inedita di tredici elementi. ‘Camera Lirica’ è pure un modo per ritornare su vecchie composizioni, scritte negli anni ’90 ma mai registrate, e fissarle su disco in una nuova versione aggiornata.I tredici musicisti sono stati scelti con cura fra le più interessanti nuove leve del jazz italiano contemporaneo, fra cui le nostre vecchie conoscenze Piero Bittolo Bon (sax) e Pasquale Mirra (vibrafono), Alfonso Santimone (piano), Francesco Guerri (violoncello), oltre al chitarrista Fabio Costantini e ad una nutrita sezione di fiati con tanto di flauto, tuba e clarone. (Continua a leggere)