Il Concerto del Primo Maggio (detto anche Concertone, fra amici) si svolge ogni anno il primo maggio a Roma. E’ un’occasione per ritrovarsi, ascoltare musica e dimenticare le noie e i fastidi quotidiani. E’ anche, di solito, un accrocchio di musica di merda che fa venir voglia di tornare in miniera, diciamocelo. Proponiamo due cose: la prima è che la festa del lavoro non sia fissata al Primo Maggio, ma semmai al primo lunedì di maggio, così diventa come il Labour Day americano, cioè hai un weekend lungo garantito, che altrimenti per due anni di fila (quando il Primo cade di sabato e domenica) la festa del lavoro ti fa marameo. La seconda è di far scegliere la programmazione a noi. Ok, poi non viene nessuno… Insomma, questo post è per i nostri dieci lettori, sperando che almeno l’undicesimo sia potuto andare al mare. Ognuno di noi ha pescato nel mare di YouTube un bel filmato dal vivo, in modo da sonorizzarvi la giornata – tra l’altro, potete pure sentirvelo da cellulare ormai, quindi poche scuse. (Continua a leggere)
Facciamo il giro più largo e iniziamo parlando dei Nurse With Wound, sigla storica della prima ondata industrial inglese di sicuro familiare a tutti gli appassionati di sonorità rumoristiche e sperimentali. Li chiamiamo in causa per un motivo ben preciso: oltre che musicisti erano avidi consumatori di vinile, attratti in particolare da tutto ciò che presentava tratti ostici o in qualche modo avanguardistici. Erano anni – parliamo della fine dei ’70 – in cui procurarsi un disco fuori dai canali major era roba da carbonari, toccava rivolgersi a negozi specializzati in import o azzardare audaci gite fuori porta, e leggenda vuole che Stapleton e soci organizzassero delle “spedizioni per il vinile” persino all’estero. Pare assurdo a dirsi, ma ciò spiegherebbe la loro conoscenza di entità underground sparse un po’ in tutt’Europa che all’epoca come mezzo di diffusione “alternativo” avevano al massimo il tape trading. Dei loro gruppi preferiti compilarono una sterminata lista allegata all’LP d’esordio a nome Nurse With Wound, poi riproposta (in versione aggiornata) anche sul secondo lavoro e che negli anni per molti ascoltatori (me incluso) si è trasformata in una sorta di guida alla scoperta di questo o quel nome. Se ne contano quasi 300 (!!!), e spaziano dal rock progressivo (con tanti gruppi anche italiani) al kraut, dal free jazz alla musica contemporanea fino alla primissima ondata industrial. (Continua a leggere)
Il materiale biografico che accompagna questo album cita le celebri parole del critico Whitney Balliet (“il jazz è il suono della sorpresa”) e prosegue affermando che, seguendo lo stesso criterio di valutazione, ‘Cuts’ sarebbe “il suono per colpire e terrorizzare”. Partendo da questi due presupposti in sequenza, ‘Cuts’ alla fine sorprende poco ed è esattamente quello che ci può aspettare da una joint venture fra il re del noise giapponese Merzbow, il suo collaboratore Balasz Pandi alla batteria e un sassofonista del giro di Peter Broetzmann come Mats Gustafsson: un assalto di noise assordante e distruttivo. Esattamente uguale, cioè, a quel che fa Merzbow di solito, con tantissimo rumore bianco che satura ogni frequenza, accompagnato stavolta da un sax/clarinetto petomane e da una batteria asincrona e fragorosa, di quelle che non imprimono un moto alla musica, ma aggiungo volume e caos. Del resto, la musica non è nemmeno contemplata qui dentro: si va avanti con eruzioni di rumore che puntano a stordire e prostrare l’ascoltatore, portandolo all’inevitabile insensibilità. Certo, ci si può arrivare ben prima della fine del disco, che dura appena settanta minuti. (Continua a leggere)
Abbiamo già accennato alla Have You Said Midi parlando degli Atomik Clocks: si tratta di una piccolissima etichetta tricolore che porta avanti con coerenza e convinzione un’etica completamente DIY, titolare di un nutrito catalogo (vinili, CD-R, finanche download gratuiti) che spazia attraverso svariati generi, seppure tutti in qualche modo accomunati dalla voglia di sperimentare o rompere gli schemi (una delle prime uscite è stata, ad esempio, un live dei Tasaday, sigla storica dell’industrial italiano). Tra le proposte di HYSM ascrivibili a jazz e affini, è recente il ritorno dei folli Eierkoch Automat, denominazione che, per chi se lo stesse chiedendo, in tedesco indica il cuociuova elettrico. Loro però, nonostante l’identità avvolta da un improbabile mistero (sono in due e nei credits si fanno indicare come Eierkoch e Automat, appunto) sono italiani, e già un paio d’anni fa avevano ben impressionato con ‘29/5’, che raccoglieva otto tracce tra rumorismo e free jazz . (Continua a leggere)
Ai più attenti il nome Noise Of Trouble farà illuminare la classica lampadina sopra la testa, riportando alla mente l’omonimo disco dei seminali Last Exit, poker di terroristi sonori ben noti in ambito free jazz (Sharrock, Brotzmann, Laswell, Ronald Shannon Jackson). Dietro l’esplicito tributo si nasconde un quartetto di musicisti capitolini già abbastanza attivi, chi più chi meno, in ambito underground (il più noto è forse il sassofonista e clarinettista Marco Colonna).
Rispetto ai numi tutelari di cui sopra, i nostri si distinguono per un’importante differenza: barattano la chitarra per un ulteriore fiatista. Proprio l’ampissima varietà di questi ultimi strumenti caratterizza l’esordio ‘The Bloody Route – From The Country Where Women Are Older Than God’: Colonna e il partner in crime Claudio Martini si cimentano infatti anche con ance inusuali come sopranino, fagotto e clarinetto soprano, che si rivelano fondamentali per le sfumature assai composite del disco. Anzi, dei dischi: l’album è infatti un doppio (12 brani per circa 90 minuti di musica), la cui divisione sembra voler in qualche modo sottolineare differenze stilistiche abbastanza nette. (Continua a leggere)
Cecil, ovviamente, è Cecil Taylor, una delle personalità più scontrose del pianeta jazz. Uno così duro e riottoso che al confronto Miles Davis pareva Fabio Fazio (scusate il termine). Uno che coniò il linguaggio pianistico del free jazz, ai tempi, e poi si spinse oltre, lavorando forsennatamente con musicisti di entrambi i lati dell’oceano, ridisegnando il piano e il ruolo centrale della sua percussività nell’estetica negramericana. Uno che ha sempre ribadito l’importanza del pianismo nero, di Art Tatum, Fats Weller, Duke Ellington, Bud Powell e Horace Silver senza mai per un secondo mendicare grandezza per luci riflessi di musica classica osservata dal buco della serratura. Uno che insomma ci piace, e l’elenco di cui sopra è semplicemente robetta per riempire spazio. Nel giorno del suo ottantatreesimo compleanno, FFJ coglie l’occasione di farvi vedere questo bel documentario, ‘All The Notes’, opera del fotografo e documentarista Christopher Felver. Prendetevi quei settantacinque minuti e guardatelo, perché ne vale davvero la pena. E Taylor è un simpaticissimo canaglione!
Copertina coloratissima, titoli bizzarri (tipo ‘When Will The Bruce Lee’, ‘Secret Life Of The Mullet People’, ‘Kwisatz, Kwisatz, Kwisatz’) e formazione inconsueta (sax contralto, sousaphono o trombone, basso elettrico o contrabbasso, glockenspiel o vibrafono, chitarra elettrica, batteria) fanno pensare a due alternative: o questi qui pigiano troppo sul ‘famolo strano’ finendo per fare schifo da perfetti artsy wannabe di provincia, oppure hanno qualcosa da dire e centrano il difficile bersaglio. Per fortuna Piero Bittolo Bon e i suoi Jümp The Shark rientrano nel secondo caso e tirano fuori un disco che sembra uscire dritto dal catalogo della PI Records.
In ‘Ohmlaut’ è maniacale l’attenzione per il suono complessivo del gruppo e l’attento sviluppo dei brani, caratterizzati da atmosfere strampalate e melodie assurde (Carl Stalling?). Vengono in mente l’ultimo Henry Threadgill, per i particolari accostamenti di timbri metallici e l’uso di trombone e sousaphone per ampliare il raggio d’azione del registro grave, e Steve Coleman, per la potente pulsazione secca e funk. (Continua a leggere)
Orrin Evans è una sorta di eminenza grigia di quella generazione perduta del jazz degli anni ’90. Un pianista, leader, arrangiatore, compositore, scopritore di talenti e chi più ne ha più ne metta, impegnatissimo sul fronte della divulgazione e con una ricca carriera discografica alle spalle – in proprio, come sideman e con i progetti Tarbaby (oggetto di futura dissezione) e la qui presente Captain Black Big Band. L’orchestra jazz non gode di ottima salute oggigiorno, soprattutto per i costi molti alti che comporta, ma Evans non è tipo da scoraggiarsi. Radunati musicisti del giro di Phildadelphia e New York (come Ralph Bowen, Tia Fuller, Jaleel Shaw, Wayne Escoffery, Mark Allen, Luques Curtis e molti altri ancora), Evans ne mette insieme una esplosiva, cui si addicono tutti quegli aggettivi come ‘swingante’, ‘hot’, ‘hard’ e compagnia. Ma al di là di queste note di colore, la carne al fuoco è davvero molta. Molte recensioni in giro hanno fatto paragoni con Ellington, Mingus e Marsalis, ma sebbene le influenze di questi tre maestri siano presenti, il paragone più immediato è quello con Oliver Nelson, per il suono asciutto, squillante, con ottoni taglienti in primo piano e quei “blocchi di suono” che si sovrappongono e si scontrano in maniera sempre eccitante.