FREE FALL JAZZ

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A poche settimane dalla conclusione della stagione dei 70 anni, il Centro d’Arte propone per il nuovo anno una rassegna che ne riprende la formula e l’indirizzo, premiata da un successo di pubblico entusiasmante: per il 2017 il cartellone, sempre ricco di novità, offre occasioni di ascolto che sfidano i generi e le etichette, undici serate di musica che illustrano i molteplici linguaggi della contemporaneità, dal jazz alla composizione, dall’improvvisazione sperimentale alla ricerca elettroacustica. (Continua a leggere)

Uscita quasi in contemporanea di questi due dischi. Il primo, Duets 71977 (ICTUS 178) è rimasto nei cassetti per quasi 40 anni, rappresenta uno dei periodi più creativi dell’improvvisazione europea. Come riporta anche John Zorn dalle note di copertina, quegli anni furono eccitanti per la possibilità di incontro tra musicisti di qua e di là dell’oceano.  Inglesi, tedeschi, olandesi, italiani ma anche americani, giapponesi e canadesi, avevano grandi possibilità di interscambio non solo musicale ma anche culturale, cose che naturalmente venivano assorbite dalla musica. (Continua a leggere)

Si affaccia sul mercato, anche se nata più di 5 anni fa, questa etichetta slovena, la Klopotec dell’amico Iztok Zupan. Iztok, oltre ad essere un ottimo fotografo conosciuto, è noto soprattutto per il suo lavoro di ingegnere del suono. Infatti quasi tutte le uscite sono cd registrati dal vivo proprio da Iztok. (Continua a leggere)

Il nome del gruppo, indica in maniera esplicita le diverse generazioni che lo formano. Nato nel 2011 come Trio, edito da AristsRecondingCollective 2011, e diventato poi quartetto con l’aggiunta di Oliver Lake per il tour del 2015, durante il quale è stato registrato il materiale per questo CD. Registrato dal vivo in Germania, dopo l’ottima performance al Jazz&Wine di Cormons dove ne fui testimone, il quartetto ha acquisito ancor maggior spontaneità ed energia, cosa abbastanza rara nella musica improvvisata. Il quartetto, oltre Lake che non ha bisogno di molte presentazioni, presenta il pianista Michael Jefry Stevens e il bassista Joe Fonda. I due, rispetto a Lake abbastanza poco conosciuti, sono forti però di una collaborazione più che trentennale con musicisti del calibro di Anthony Braxton o Wadada Leo Smith, e formano la spina dorsale del quartetto, sia per la musica che per la scrittura. (Continua a leggere)

A quanto mi scrive Lanfranco Malaguti, questo CD rappresenta la conclusione della sua produzione discografica. Ed è un peccato perchè questo Why Not? rappresenta un trattamento veramente alternativo di standard americani. Basta ascoltare la prima traccia The Days of Wine and Roses per renderse conto, il trattamento armonico e ritmico richiama un atmosfera rarefatta  e pshichedelica anni 60.  Alternativa anche per l’uso della fisarmonica, qui al posto del basso, che crea una sorta di barriera divisoria tra la tradizionale canzone e spinte avanguardistiche dovute all’utilizzo di  elettronica varia. Tutto il Cd si sviluppa intorno a questa filosofia, grazie anche ad esperti ed ottimi musicisti quali Todesco, Colussi e Fazzini. Proprio Tedesco è il quid in più, la sua capacità di “sgattaiolare” dentro e fuori il tema, mentre Colussi e Fazzini sono ormai conferme delle loro capacità e doti improvvisative. (Continua a leggere)

Ottavo disco per il Claudia Quintet del leader batterista John Hollenbeck. Ottavo in due decenni di attività, una mosca bianca nell’immensa produzione di molti altri musicisti. Ciò dovuto forse al coinvolgimento del batterista in molteplici progetti o forse in una scrittura compositiva molto concentrata e condensata. Infatti come spiega lo stesso Hollenbeck nelle note di copertina “Contrariamente alla corrente tendenza popolare di fare opere di letteratura o di registrazioni più lunghe e più grandi, mi sono concentrato più di recente sulla scrittura di composizioni brevi”. Comunque sia il quintetto, qui modificato con l’inserimento di Red Wierenga al posto di Ted Reichman, rimane una formazione delle più stabili del jazz contemporaneo e anche una delle più creative. (Continua a leggere)


E sia…la 19sima edizione del Jazz&wine si è conclusa. Il programma, quest’anno, dilatato per una settimana, anche se non consecutiva, presentava, come al solito, artisti e proposte interessantissime. Tralasciato l’appuntamento di domenica, con il Tinissima quartet di F. Bearzatti, si parte martedì al castello di Rubbia. (Continua a leggere)

Dopo numerose collaborazioni tra sideman e co-leader ecco il primo disco di esordio come leader del trombonista Filippo Vignato, alla guida di un trio italo-franco-ungherese. Trio formato oltre dal leader al trombone ed elettronica, dal francese Yannick Lestra al fender rhodes e dall’ungherese Attila Gyarfas alla batteria. Come viene indicato da Vignato, nelle note di copertina, è il suono, inteso come respiro plastico, il centro della ricerca di questo lavoro. In effetti tutto si plasma intorno al suono del trombone, nesso tra il respiro e il suono. E’ il trombone, dove respiro e suono si fondono, a creare lo sviluppo di questa ricerca. Scrittura, ricerca musicale e libera improvvisazione fanno da spina dorsale al cd. Ma non solo, numerosi sono gli accenni più o meno velati al rock prog (Provvisorio) o al rock più potente (Stop This Snooze) oppure alla psichedelia (Square Bubbles e Lev & Sveta). (Continua a leggere)

Erano anni che non mi avvicinavo più all’ECM. La curiosità di sentire il SoupStar, che dal vivo mi ha sempre emozionato, con l’aggiunta di due musicisti come Louis Sclavis e Gerald Cleaver mi fatto saltare l’ostacolo. Inoltre anche la presenza di un brano che amo, Ida Lupino, ha fatto da par suo. Nonostante queste premesse, il disco purtroppo conferma le stesse caratteristiche “nordiche” dell’ECM. Suonato e registrato benissimo beninteso, ma che non riesce a emozionare. Peccato perchè dal pezzo iniziale, What We Talk About When We Talk About Love, un incedere su piano e batteria ipnotico dove il trombone di Petrella si inserisce benissimo, fino a Ida Lupino, le premesse per un gran disco c’erano tutte. L’ottima intesa tra i musicisti, rende l’ascolto molto piacevole anche se molto riflessivo, i colori e i ritmi si sovrappongo in maniera ottimale. (Continua a leggere)

Rileggere John Coltrane non deve essere un’impresa facile per molti musicisti, soprattutto se questa riguarda il periodo finale della sua carriera musicale. Se “A Love Supreme” viene considerata una vetta non facilmente raggiungibile, soprattutto per il pathos e la spiritualità insite nella registrazione, ancor di più lo è “Ascension”, per la difficoltà di reinterpretare una improvvisazione collettiva. (Continua a leggere)

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