FREE FALL JAZZ

Dispiace dover ripetere sempre le stesse cose, ma dispiace ancora di più notare come dagli Stati Uniti continuino ad uscire fior di giovani musicisti di talento, pressoché ignorati da una critica più propensa a celebrare il passato o in spasmodica attesa di un messia, possibilmente d’inaudita avanguardia. Chi ha pazienza e voglia di cercare, seguendo i musicisti stessi sui social network, non mancherà di imbattersi in sorprese gradite. Fra queste, come avrete già inteso, figura pure il trentenne George Burton, pianista newyorkese che debutta sulla Inner Circle Music di Greg Osby dopo una lunga gavetta e una serie articolata di esperienze, jazz e non solo. Come tanti suoi coetanei, Burton mette a frutto tutte le proprie esperienze in un affresco completo ed estremamente maturo, costruito attorno alla duttile sezione ritmica (completata dal bassista Noah Jackson e dal batterista Wayne Smith), una dozzina di grandi composizioni e una cast nutrito di ospiti. Abbiamo veterani cinquantenni come Tim Warfield e Terrell Stafford, mentori del pianista, un giovane maestro come Jason Palmer, e altri nomi meno noti come il chitarrista Ilan Bar-Lavi e il sassofonista Chris Hemingway; ne esce, alla fine, un album vario nelle soluzioni e strutturato con intelligenza attraverso un percorso di organici e suggestioni variabili. Burton parla la lingua dei Logan Richardson e degli Ambrose Akinmusire, modernissimo delle scelte armoniche e nei ritmi in cui sono forti le influenze hip-hop e r&b, melodie sempre al centro del discorso e grande escursione dinamica – persino con originali spezie post rock, come nei due brani con la chitarra posti in seconda e penultima posizione (‘Song Six’ e ‘From Grace To Grass’). Unico non originale è una versione spiritata e aggressiva di ‘Bernie’s Tune’, il cui tema viene anticipato in ‘Ber… nies’, un breve gioco per solo piano fatto di false partenze ed interruzioni improvvise, come un remix in tempo reale. Comprate questo disco!
(Negrodeath)

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