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Senza troppi clamori ci lascia pure Grady Tate, maestro batterista con una spiccata propensione al soul jazz, in cui fu maestro, e una versatilità a trecentosessantagradi che lo portò a lavorare con artisti diversissimi, da Charles Mingus a Kenny Burrell passando per Jimmy Smith, Oliver Nelson, Lockjaw Davis e mille altri. (Continua a leggere)

Gregory-Porter-300x300Prendo atto che da Liquid Spirit del 2013, Gregory Porter, cantante e songwriter, ha ottenuto un enorme successo, vendendo oltre un milione di copie a livello globale, vincendo nel 2014 il Grammy nella categoria Best Jazz Vocal Album, ma l’ascolto di quest’ultimo suo lavoro, come quello di allora che avevo recensito un paio di anni fa, mi ha lasciato del tutto indifferente e forse meriterebbe le stesse parole. Probabilmente capirò poco di cantanti, può anche essere, ma francamente non comprendo tutto questo entusiasmo per un canto e una proposta che nella grande tradizione afro-americana del pop-soul (stento a considerarlo all’interno del vocal jazz, ma in fondo non è poi così importante) paiono essere del tutto ordinari. Mi domando seriamente cosa dovrei dire allora di giganti del genere come Ray Charles, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Donny Hathaway, Luther Vandross e Michael Jackson, tanto per citare i più noti (ma potrei fare decine di altri nomi), ai quali, si dice, la voce baritonale di Porter (almeno in parte) si ispirerebbe. (Continua a leggere)

Non capita di rado che YouTube dia dei buoni suggerimenti in hompage. Come questo concerto di Shirley Scott del 1976 in Spagna, assieme al sassofonista Harold Vick e al batterista Art Taylor. Groove come se piovesse? Certo!


Hank Crawford è uno di quegli infaticabili lavoratori della black music che meriterebbero maggior considerazione. Polistrumentista (sax contralto e baritono, pianoforte), arrangiatore per complessi soul e r&b, direttore musicale della band di Ray Charles dal ’59 al ’63, persino rocker nel gruppo Little Hank And The Rhythm Kings, Crawford ha messo le sue grandi doti al servizio dell’espressività, trovando un approdo naturale in quel soul jazz che esplose negli anni ’60 – e che qui da noi è sempre stato visto col fumo negli occhi… e il cemento nelle orecchie, verrebbe da aggiungere, grazie al lavoro di certa ottusa critica. ‘True Blue’ è uno dei molti dischi incisi dal sassofonista negli anni ’60 su Atlantic, la casa discografica dei fratelli Ertegun. (Continua a leggere)

Jimmy Smith è uno di quei musicisti che, purtroppo, non abbiamo ancora trattato qui dentro. Un vero peccato. Con la promessa marinaresca di tornarci su, di qui a dicembre (come sarebbe a dire “di che anno?”), vi proponiamo questo bellissimo concerto del ’69, in trio assieme a Eddie McFadden e Charles Crosby.


Quello dei cantanti jazz (o pseudo tali) è un filone che le case discografiche in questi tempi di magra cercano di sfruttare al meglio con prodotti musicali che hanno il pregio, dal loro punto di vista, di poter abbracciare un pubblico molto più ampio, non forzatamente specifico del jazz, sfruttando una trasversalità di genere che oggi va molto di moda presso un pubblico musicalmente e vocalmente non troppo colto e che ama avere in sottofondo per le proprie serate con gli amici della buona musica che possa essere apprezzata da tutti e dia un tono quell’attimo meno “rustico” e scontato del mettere l’ultimo successo da hit parade. Capisco, inoltre, che siamo in tempi di crisi e che le case discografiche sopravvissute alla falcidia dei download di rete abbiano l’obbligo di pubblicizzare i prodotti musicali messi in circolazione e di spingere adeguatamente i loro musicisti, ma trovo il riscontro quasi unanime di cui gode questo corpulento e giovane vocalist afro-americano davvero eccessivo e poco giustificato. (Continua a leggere)

Di Jack McDuff è facilissimo ricordare la selva di classici sfornati su Prestige nei primi anni ’60 (ottimo ‘Brother Jack Meets The Boss’, in compagnia del grande Gene Ammons), che lo hanno consacrato come uno dei più importanti organisti soul jazz, dallo stile quadrato e innervato di blues. Il ripescaggio che andiamo a proporvi è decisamente meno noto e richiede un balzo in avanti di almeno 25 anni: è infatti il 1988 quando, dopo un periodo di assenza piuttosto prolungato (sorte in quel periodo comune a quasi tutti i campioni degli anni ’50 e ’60), “Brother” Jack decide di ribattezzarsi “Captain” e tornare sulle scene con un nuovo disco. La buona notizia è che ‘The Reentry’, programmaticamente intitolato, del periodo in cui esce non ha nulla, se non la produzione piuttosto cristallina (caratteristica peraltro comune a quasi tutte le produzioni della Muse, etichetta che patrocina questo nuovo capitolo): niente riferimenti fusion (genere a cui negli anni ’70 l’organista aveva strizzato l’occhio con risultati da dimenticare), niente tastiere plasticose, niente sassofoni smooth. (Continua a leggere)

Non pago del recente, ottimo ritorno dei Greyboy All Stars, l’altosassofonista californiano Karl Denson anzichè adagiarsi rilancia con un nuovo lavoro in proprio. E per fortuna, aggiungiamo noi: ‘New Ammo’ è clamoroso, sin d’ora corre a prenotarsi un posto in prima fila tra gli ascolti più terremotanti dell’anno appena iniziato. Chi è familiare con i precedenti lavori a nome Tiny Universe si aspetti pure “more of the same”, seppur con un impatto che prima d’oggi non è mai stato così duro. A chi si approccia alla materia per la prima volta basti sapere che per questa uscita si tratta di una formazione solidissima, con piano Rhodes, chitarra elettrica e batteria che accompagnano una frontline di 4 fiati che vede il contralto di Denson integrarsi con tromba, trombone e baritono. (Continua a leggere)

Autrice di due irresistibili album negli anni ’90 (il primo in compagnia del grande trombonista Fred Wesley, di scuola James Brown/George Clinton), la Greyboy Allstars nacque su input di (appunto) DJ Greyboy, un bravo ragazzo innamorato del funk e del soul che quando metteva i dischi nei locali della bay area faceva tremare le pareti a botte di bassi pulsanti. Una volta assemblata la formazione, egli produsse il primo album e si limitò a sporadiche collaborazioni negli episodi successivi (tra cui l’ottimo ritorno ‘What Happened To Television?’, arrivato nel 2007 dopo ben dieci anni di pausa), lasciando il gruppo libero di camminare sulle proprie gambe con un sound dal tiro micidiale, che si abbeverava  soprattutto a jazz funk e soul jazz. E da soli ancora oggi camminano benissimo, d’altronde si tratta di musicisti dalla comprovata esperienza: il sax di Karl Denson (che presta anche la voce, negli sporadici momenti cantati) tira la carretta, coadiuvato da altri ottimi figuri quali il chitarrista/cantante Michael Andrews (proprio quello dell’odiosa cover dei Tears For Fears nella colonna sonora di Donnie Darko. Qui però si “copre” con lo pseudonimo Elgin Park) e il tastierista Robert Walter (con una lista di referenze che va da Gary Bartz a Skerik dei Critters Buggin); completano la formazione il bassista Chris Stillwell e il nuovo batterista Aaron Redfield, che in realtà, a sentire certi ritmi quando pestano duro, sembrano suonare insieme da sempre. (Continua a leggere)

Quella di Baby Face Willette sembra una storia uscita da ‘Natura Morta Con Custodia Di Sax’, meraviglioso tomo in cui lo scrittore Geoff Dyer drammatizza le parabole più o meno autodistruttive di alcune leggende del jazz. Baby Face non è mai diventato grande quanto un Monk o un Bud Powell, anzi, quel successo non lo ha nemmeno sfiorato da lontano, però la sua storia tra quelle pagine non avrebbe sfigurato, per giunta senza alcuna licenza letteraria: vuoi per la sua breve ma intensissima carriera, vuoi per l’alone di mistero di cui è circondato, tanto che i dubbi sulla sua morte, avvenuta nel 1971, perdurano ancora oggi. Altrettanto contrastanti sono le voci di chi ebbe modo di conoscerlo: per qualcuno i suoi concerti avevano del trascendentale, pregni di un’energia mai catturata su disco; altri invece lo apostrofavano come mediocre musicista, forse perché Baby Face picchiava sul suo Hammond B-3 con un vigore più vicino a quello dei gruppi rock che adotteranno di lì a poco il medesimo strumento che non a un Jimmy Smith, che proprio in quel periodo a cavallo tra ’50 e ’60 faceva furore.  (Continua a leggere)