FREE FALL JAZZ

Di Jack McDuff è facilissimo ricordare la selva di classici sfornati su Prestige nei primi anni ’60 (ottimo ‘Brother Jack Meets The Boss’, in compagnia del grande Gene Ammons), che lo hanno consacrato come uno dei più importanti organisti soul jazz, dallo stile quadrato e innervato di blues. Il ripescaggio che andiamo a proporvi è decisamente meno noto e richiede un balzo in avanti di almeno 25 anni: è infatti il 1988 quando, dopo un periodo di assenza piuttosto prolungato (sorte in quel periodo comune a quasi tutti i campioni degli anni ’50 e ’60), “Brother” Jack decide di ribattezzarsi “Captain” e tornare sulle scene con un nuovo disco. La buona notizia è che ‘The Reentry’, programmaticamente intitolato, del periodo in cui esce non ha nulla, se non la produzione piuttosto cristallina (caratteristica peraltro comune a quasi tutte le produzioni della Muse, etichetta che patrocina questo nuovo capitolo): niente riferimenti fusion (genere a cui negli anni ’70 l’organista aveva strizzato l’occhio con risultati da dimenticare), niente tastiere plasticose, niente sassofoni smooth. Anzi, la frontline di fiati che lo accompagna garantisce un approccio granitico e old school, e infatti i nomi sono una garanzia: i fratelli Bridgewater (Ron al tenore e Cecil alla tromba), ma, soprattutto, il superlativo Houston Person (altro pezzo grosso della golden age della Prestige), anch’egli al tenore. Sono loro a giganteggiare assieme al leader, mettendo talvolta in ombra il pur bravo mestierante John Hart, che si trova a raccogliere l’eredità di un posto che fu di chitarristi come Grant Green e un giovanissimo George Benson.

Con queste premesse gli ingredienti sono esattamente quelli che ci si aspetterebbe: ‘The Reentry’ incrocia soul jazz e hard bop, passando con il medesimo successo da momenti intensi e dinamici come la opener ‘Cap’n Jack’ a vigorosi blues (‘Walking The Dog’, solo omonima di quella firmata Rufus Thomas, e ‘Blues For ‘Paign’, firmata da Cecil Bridgewater), fino a parentesi più tranquille e rilassate (‘One Hundred Ways’ di Quincy Jones, tra ritmiche quasi funk e melodie sornione, e lo standard ‘Laura’). L’urgenza ovviamente non è più quella di quasi 30 anni prima, ma fa piacere ascoltare un McDuff che all’alba dei 60 anni ha ancora qualche buona cartuccia da sparare. Qualcun’altra ancora ne sparerà successivamente, prima di soccombere, nel 2001, a una salute che negli anni si era fatta sempre più precaria. Da riscoprire. (Nico Toscani)

Comments are closed.