FREE FALL JAZZ

La condivisione di un brano da parte di un amico comune, la ricerca su Spotify, la decisione di acquistare il cd dopo qualche ascolto, la full immersion, la recensione: questo il modo in cui ho scoperto Keith Brown e la sua musica. Un modo in realtà piuttosto tipico ormai, ma a cui alcuni non vogliono arrendersi, persi nella nostalgia dei bei tempi andati, del negozio di dischi, della radio e della rivista. Pazienza, quel mondo è crollato, ora bisogna cercare e trovare le perle – che, fortunatamente, non sono nemmeno poche, in un periodo ricco di fermento. Keith Brown ne sembra consapevole: come tanti musicisti della sua generazione, è un jazzista che lavora in tanti contesti diversi da cui trae stimoli e suggestioni per la sua personale visione artistica, con risultati eccellenti.

Partiamo dalle cose più ovvie: presentati!
Sono Keith Brown, un pianista nato a Memphis, nel Tennessee, e cresciuto a Knoxville, in Texas. Vengo da una famiglia musicale, visto che entrambi i miei genitori sono musicisti – mio padre è il grande pianista e compositore Donald Brown.

Il tuo primo album, ‘Sweet & Lovely’, era in massima parte un lavoro per trio, ‘The Journey’ presenta una formazione più ampia e, in generale, maggiore ambizione. Quando sei cresciuto, fra un disco e l’altro?
Nel primo c’erano appunto pezzi per trio, quartetto e quintetto. Comunque, concettualmente, è vero che il nuovo cd è molto più avventuroso, penso che il suono che stavo elaborando nella mia testa avesse bisogno di più strumenti, specialmente della chitarra. Ho avuto molto tempo per crescere suonando con molti grandissimi musicisti, imparando moltissimo grazie a tutte queste eperienze di vita avvenute fra una registrazione e l’altra. La maggiore differenza è che adesso credo di aver trovato una voce più individuale, come pianista e come compositore.

E’ diverso scrivere per trio, quintetto o gruppo più esteso?
Scrivere per un gruppo più esteso, dove hai a disposizione più voci e timbri, è decisamente differente in termini di orchestrazione. Col pianoforte ragiono in termini orchestrali, come fa la maggior parte dei pianisti. In linea di massima, la composizione per gruppo aggiunge la necessità di orchestrare per diversi strumenti ciò che faresti col solo pianoforte. Un compito impegnativo ma molto gratificante.

Hai mai pensato di scrivere per una big band?
Ho fatto un po’ di arrangiamenti, ma mai composizione vera e propria, in questo ambito. Suono spesso in una big band qui a Knoxville, la “Vance Thompson 5+6″, sono uno degli arrangiatori.

Nella tua musica si sente molto l’influenza della black music contemporanea, in una maniera non troppo lontana da quella di musicisti come Russell Gunn o Lafayette Gilchrist. Li conosci e, nel caso, sei d’accordo?
Conosco molto bene Russell Gunn, ho ascoltato i suoi album a lungo nel corso degli anni. Volevo addirittura che partecipasse in ‘The Journey’, ma poi non siamo riusciti a organizzarci per tempo, ma è comunque venuto a suonare alla festa per l’uscita del cd. Sono molti i musicisti in giro che fanno grandi cose mescolando tutte queste influenze. Ed è sempre una grande fonte di ispirazione, per me, ascoltarli.

Come hai sviluppato il tuo stile di pianista e compositore?
Sto ancora lavorando duro per sviluppare entrambi! Ma come tutti, ascoltando i maestri e altri grandi musicisti, del passato e di oggi. Ho sempre avuto molto interesse per hip-hop, r&b, soul, pop e praticamente ogni altra cosa. Niente di diverso da ciò che fanno tutti i musicisti, sono poi le esperienze personali che portano ognuno a fare le cose a modo proprio.

 

 

Hai dedicato ‘Capt’n Kirk’ al grande Kenny Kirkland. Non credi che sia una figura, ad oggi, sottovalutata?
Da certi punti di vista sì, lo penso, ma le persone realmente addentro alla musica sanno quanto sia stato importante, specialmente per i pianisti.

Cosa pensi che abbiano dato lui, e tutta la sua generazione, alle generazioni successive?
Una delle cose che apprezzo molto è il modo in cui hanno saputo combinare le influenze di chi li ha preceduti. Quando sento Kenny Kirkland, Mulgrew Miller, mio padre o James Williams sento tracce di Herbie Hancock, McCoy Tyner, Keith Jarrett e Chick Corea, ma ognuno di loro li combina in maniera estremamente originale, filtrandoli attraverso il proprio gusto e le proprie esperienze. E certamente questo limitandoci al solo pianoforte, perché hanno pure composto della musica incredibile. Nell’unico album da leader di Kirkland ci sono delle composizioni straordinarie!

Cosa ti hanno insegnato?
Una delle cose principali, quella di avere gusto. Quei musicisti avevano un così ampio bagaglio di conoscenze, ma sapevano in ogni momento cosa tirar fuori e cosa no. Se un brano doveva essere dolce lo era, se doveva essere funky lo era, se era il momento di un’intensa e complessa esplorazione sapevano farlo benissimo. E’ un discorso che certamente vale anche per pianisti di epoche diverse, ma è l’aspetto che, di quella generazione, più mi ha impressionato e ho cercato di fare mio.

Mi ha molto colpito la scelta di ‘(I’ve Got A) Golden Ticket’, tratta dal classico ‘Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato’!
Uno dei motivi per cui l’ho scelta è perché ha una bellissima melodia. Non solo, mi piacciono molto pure il messaggio e il testo, per non parlare del film nel suo complesso, che è semplicemente grandioso.

La batteria di Terreon Gully spesso mima i tipici pattern hip-hop e dà un tiro incredibile alla musica. Quanto è importante il batterista nella tua concezione musicale?
E’ fondamentale! Terreon è un vero maestro. E’ stato un onore lavorare con lui, mi ha insegnato davvero molto. Lui capisce al volo quello che vuoi, bastano le spiegazioni essenziali, e il risultato è sempre oltre le aspettative. E’ come se avesse suonato talmente tanta musica da catturare al volo le vibrazioni di una canzone e suonare di conseguenza, mettendoci poi tutta la sua classe e la sua esperienza.

Quanto è difficile la vita per un jazzista, nel 2016?
Molto, tuttavia essere capaci di suonare i più diversi stili di musica, di adattarsi, è un grande aiuto. Dico sempre io, perché limitarsi? Ci sono moltissimi ragazzi oggi che suonano senza problema jazz, gospel, hip-hop, rock, country… Devi provare a diventare più versatile che puoi per trovare occasioni di lavoro. Si tratta anche di una grande opportunità formativa, perché ti permette di ridiscutere e vedere con prospettive nuove le tue conoscenze.

Il disco del sassofonista Kamasi Washington ha dimostrato che il jazz può essere apprezzato da tutti, basta farglielo conoscere. Si può parlare, forse, dell’inizio di una fase positiva?
Penso di sì, proprio per il motivo che hai detto – tanta gente non aveva proprio l’idea di cosa fosse il jazz, oppure aveva l’idea sbagliata e lo credeva noioso e astruso. Se ascoltandolo l’ha apprezzato, vuol dire che ha superato i propri pregiudizi. Superati quelli, c’è tutto un mondo da esplorare!

Prossime mosse?
Ora mi sto concentrando sulla promozione di ‘The Journey’, organizzando un sacco di date dal vivo. In più compongo e cerco di partecipare ad altri progetti. Non ho date in Italia al momento, ma se qualcuno fosse interessato la cosa potrebbe cambiare!

(Intervista raccolta da Negrodeath)

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