FREE FALL JAZZ

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Della calata italiana di Tom Harrell ha già raccontato con dovizia di particolari l’amico Negrodeath, che ha presenziato alla data di La Spezia. Mi sarebbe piaciuto completare il discorso riferendovi anche della sua partecipazione venerdì scorso a Pomigliano Jazz (che da quest’anno torna in Luglio come ai vecchi tempi), ma purtroppo, per motivi che un po’ ci imbarazza raccontare, non eravamo presenti. Sorvoliamo. C’eravamo però il giorno dopo, quando la serata è stata aperta dalla sorpresa Tricatiempo, quintetto campano che in un’ora fittissima di concerto incuriosisce e convince. (Continua a leggere)

In potenza, Okkyung Lee potrebbe suscitare forse più interesse tra gli affezionati di nomi dalle influenze grossomodo neo classiche (diciamo dai Dark Sanctuary agli Elend, finanche Amber Asylum) piuttosto che tra chi segue gli artisti di cui solete (speriamo) leggere su queste pagine, eppure ‘Noisy Love Songs’ è stato lanciato e promosso soprattutto nel circuito jazz, “colpa” della parentela (in senso figurato) che unisce la violoncellista coreana col suo mentore John Zorn, che ne patrocina le uscite tramite la Tzadik. Rispetto ai nomi citati, quello di Okkyung è un neoclassicismo dai toni certamente più scarni e meno elaborati, musica da camera che si sposa con umori downtempo (‘Roundabout’) e richiami ai Dead Can Dance più “esotici” (l’ottima ‘King’), momenti, questi ultimi, in cui il sestetto (che oltre al violoncello si avvale di violino, tromba, piano, basso, percussioni ed elettronica) sembra procedere al massimo delle proprie potenzialità. (Continua a leggere)

Con circa una mezza dozzina di uscite in trio o in quartetto all’attivo (‘Blurry’ del 2007 la migliore), il violoncellista Daniel Levin aveva già più d’una volta entusiasmato, smontando e rimontando a suo piacimento jazz e musica da camera, passando con disinvoltura da momenti canonici a fughe aritmiche più ardite. Su  ‘Inner Landscapes’ lo ritroviamo per la prima volta da solo, privo di qualunque accompagnamento, e, diciamolo subito, questa volta l’esperimento riesce solo a metà. I sei brani, completamente improvvisati, offrono una panoramica minuziosa di tutte le sfaccettature stilistiche del musicista americano: abbozzi melodici, improvvisazioni free jazz, musica classica, cascate di note al limite del vero e proprio rumore bianco. (Continua a leggere)