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Queste incisioni rappresentano l’inizio della carriera da leader di Art Farmer, che fino a quel momento aveva suonato presso vari altri musicisti, non ultimo Lionel Hampton, che lo schierava nella sezione delle trombe assieme a Clifford Brown e Quincy Jones. Proprio quest’ultimo sarà il braccio destro del buon Art nella prima incisione a suo nome, per la Prestige nel 1953. Si tratta di quattro brani in settetto dove Jones siede al pianoforte e si occupa degli arrangiamenti, mentre l’anno successivo un altro settetto, forte della penna di Gigi Gryce, ne inciderà altri quattro. In entrambe le sessioni si avverte l’influenza del ‘Birth Of The Cool’ di Miles Davis: registri alti (tromba, tenore) e gravi (sax baritono, trombone) in combinazioni dal suono leggero e arioso, con in più un colore complessivo scuro che fa risaltare la tromba sobria ed elegantissima di Art Farmer. (Continua a leggere)

Lo scorso anno siamo stati dei gran boccaloni, quest’anno purtroppo è vero – Horace Silver è morto lo scorso mercoledì, come annunciato dal figlio Gregory (NPR). (Continua a leggere)

Questo lungo e bellissimo articolo di Marco Bertoli ci è stato concesso dall’autore (e amico). Apparve su Musica Jazz nel 2008, in occasione dell’ottantesimo compleanno di questo grandissimo artista. Visto l’abbaglio di ieri, pubblichiamolo oggi!

«Horace Silver è quel genere di artigiano (craftsman) di cui il jazz, come ogni forma d’arte, ha necessità per sostenersi. Questi artigiani, si parli di Don Redman, di Fletcher Henderson, di Count Basie, di Roy Eldridge o di Horace Silver, sono comparsi al momento giusto per interpretare il loro ruolo cruciale nello sviluppo della musica. Certo, senza gli Armstrong e i Parker a rinnovare il linguaggio, e senza i Morton, gli Ellington e i Monk e conferirgli una sintesi con la loro attività di compositori, il jazz languirebbe. Ma senza artigiani di forte personalità e creativi come Horace Silver fra i suoi solisti e i suoi compositori, non esisterebbe un linguaggio comune da rinnovare e nessuna affermazione di materiali che possano essere oggetto di sintesi».(1) (Continua a leggere)

Poche persone come Horace Silver hanno incarnato quanto di buono, bello, giusto ci fosse nel jazz. E sebbene fosse inattivo da anni per motivi di salute, ci manca già terribilmente. (Continua a leggere)

Lo avrete forse già sentito, ma vale la pena ribadire. Mercoledì scorso, durante la cerimonia per gli awards assegnati dalla Jazz Journalist Association (svoltasi al Blue Note di New York),  Sonny Rollins ha fatto incetta, portandosi a casa ben 3 statuette: musicista dell’anno, miglior sassofonista tenore e e disco dell’anno (per ‘Road Shows Vol. 2′).

Il musicista, che non ha potuto presenziare alla premiazione (non vorrei dir castronerie, ma suppongo sia già impegnato nel tour che lo porterà anche al nostro Umbria Jazz), ha scritto di suo pugno un comunicato di ringraziamento: “Sono nato con un dono, e per questo sono molto riconoscente. Ho copiato ed imparato dai miei predecessori, ai quali sono molto grato. E con la medesima gratitudine accetto oggi questo premio”.

Le premiazioni hanno anche confermato l’ascesa di “giovani leoni” che a noi piacciono tanto come Ambrose Akinmusire e Ben Williams (rispettivamente nelle categorie miglior trombettista e miglior emergente), ma hanno anche reso il giusto riconoscimento a un altro grande mai troppo celebrato: Horace Silver, che si è portato a casa la statuetta per il “Lifetime achievement in jazz”.

Di seguito un elenco dettagliato dei musicisti premiati: (Continua a leggere)

Anche questa settimana torniamo al Jazzfestival di Berna, evento nel quale avevamo già visto all’opera Benny Golson. Stavolta si va indietro di altri due anni, al primo Maggio 1987 per la precisione, e il protagonista è Horace Silver col suo classico ‘Filthy McNasty’, brano a cui abbiamo “rubato” il titolo per una nostra rubrica che per adesso avete potuto solo subodorare, ma che presto tornerà più pungente che mai. Ad accompagnare il pianista in quest’esibizione troviamo un giovanissimo Dave Douglas (tromba), Vincent Herring (sax), Brian Bromberg (contrabbasso), Carl Burnett (batteria) e Andy Bey (voce). Enjoy.

Assieme a Verve, Prestige, Riverside e Okeh, la Blue Note è una delle etichette entrate nella mitologia del jazz al pari dei musicisti stessi. Si tratta, molto probabilmente, anche della più amata, al punto che un libro sulla sua storia era ormai inevitabile. Un libro, appunto, come questo.

Richard Cook narra la scommessa di due giovani appassionati di musica, Albert Lion e Francis Wolff,  partiti molto cauti con l’idea di dare uno spazio alle piccole formazioni dei jazzisti della swing era durante gli anni del bebop, trovatisi a produrre per primi Thelonius Monk, e poi decollati oltre ogni aspettativa. Ecco quindi l’epopea di Lion e Wolff, infaticabili documentaristi dell’hard bop a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 grazie ad un enorme fiuto di talent scout e ad idee ben precise su cosa produrre, ovvero musica che avesse i piedi ben pientati nel continuum della musica negramericana, che spingesse, che avesse ritmo – quella che innanzitutto piaceva a loro. Ecco i retroscena dietro ai best seller, come Horace Silver (di fatto, l’uomo che forgiò il tipico “Blue Note Sound”), Art Blakey, Lee Morgan, Jimmy Smith, Lou Donaldson e Freddie Hubbard, e quelli dietro agli artisti meno fortunati come Tina Brooks, Freddie Redd, Baby Face Willette. Ecco il ritorno dall’oblio di un gigante come Dexter Gordon e l’importante figura di Duke Pearson, pianista, compositore e direttore artistico.
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Filthy McNasty è il nome perfetto per un vecchio sporcaccione. Oppure per un nemico di Paperon De’ Paperoni. Ma come, spero, quasi tutti i nostri cinque lettori sapranno, è in realtà il titolo di un capolavoro di Horace Silver. Prendiamo a prestito questo nome, quello del più simpatico e caricaturale fra i personaggi inventati da Horace per intitolare alcuni suoi classici, per una nostra rubrica a cadenza irregolare. Una rubrica che sarà sporca, brutta, zozza e divertente. Non perché dedicata a Russ Meyer (anche se, ascoltando la soundtrack iniziale di Lorna, un pensierino…), ma perché volta al fastidio, alla polemica e all’irriverenza. L’argomento? Beh, un po’ di tutto quello che non ci piace, che si prende troppo sul serio e che sia connesso in qualche modo con la nostra musica. Se c’è una cosa che ammorba il jazz (e limitrofi) in Italia, è la cappa mortale fatta di accademismo, seriosità, buonismo, provincialismo, autismo, salutismo, satanismo e chi più ne ha più ne metta. (Continua a leggere)

Si parla spesso di Miles Davis inventore del cool jazz (‘Birth Of The Cool’), del Miles modale (‘Kind Of Blue’), del secondo quintetto, del jazz elettrico degli anni ’70, eppure si tende a sorvolare sul suo ruolo nell’hard bop. Strano, perché si tratta della radice di tutto il mainstream jazz moderno, e averne tracciato le rotte in anticipo dovrebbe essere un ulteriore pregio riconosciuto al trombettista di Alton. E invece… misteri della jazzologia italiana, si vede che fa poco chic, perché  ‘Walkin”, dell’hard bop, fu allo stesso tempo manifesto e chiamata alle armi. L’album comprende due sessioni, una del 3 e l’altra del 29 aprile, con una sezione ritmica deluxe che comprende assi come Percy Heath, Horace Silver e Kenny Clarke. Nella seconda vediamo all’opera un sestetto straordinario: oltre ai citati Davis, Heath e Silver troviamo J.J. Johnson, insuperabile virtuoso del trombone, e Lucky Thompson, tenorista dalla voce strumentale profonda e vibrante, ideale punto di raccordo fra la generazione di Coleman Hawkins e Ben Webster e quella di Charlie Parker e Dexter Gordon.

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