FREE FALL JAZZ

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I Ceramic Dog sono l’estroso trio con cui Marc Ribot, Shahzad Ismaily (basso) e Ches Smith (batteria) partono dal jazz per avventurarsi nel rock più impervio e spigoloso. Una band significativa di cui, ahinoi, per ora abbiamo parlato troppo poco. Intanto gustiamoci questo bel concerto francese, visto che a fine mese il chitarrista americano tornerà in Italia!


Mai abbastanza lodato, Grant Green è stato in realtà uno dei grandi protagonisti del jazz degli anni ’60, grazie ad una memorabile serie di album Blue Note in cui aggiornò il linguaggio della chitarra. Il suo stile, fatto in primo luogo di lunghissime sequenze di note singole staccate e cristalline più che di accordi, nasce dal desiderio di emulare gli strumenti a fiato, e proprio seguendo questo principio Green trasporterà per primo sul suo strumento l’improvvisazione modale, che proprio in quegli anni aveva trovato larga diffusione. Tutte queste caratteristiche, assieme ad una grande capacità di comunicazione e divulgazione, ne fanno una sorta di Freddie Hubbard della chitarra. ’Talkin’ About’ è solo uno dei molti album incisi in quegli anni, ma mi piace sceglierlo per una serie di motivi. (Continua a leggere)

La formazione dell’organ-trio è stata popolarissima negli anni ’60, anzi, fu un cardine del soul jazz. Il modello principe era sax, organo e batteria, ma pure con la chitarra al posto del sax gli esempi non mancano. Questa premessa per dire che, scorrendo la formazione degli anglo-norvegesi Insterstate (Roy Powell all’hammond, Jacob Young alla chitarra e Jarle Vespestad alla batteria), potremmo pensare ad un riedizione moderna di detti trii, ma ci sbaglieremmo. Perché, strumenti a parte, siamo più dalle parti di un jazz-blues-rock, peraltro pregevole e inventivo. La componente jazz si avverte soprattutto nell’elasticità ritmica, grazie ad un batterista davvero dinamico e versatile, mentre la chitarra tende più verso un suono roccioso e rock: Young sintetizza bene le lezioni di John McLaughlin, Frank Zappa, Eddie Hazel e Mike Bloomfield. (Continua a leggere)

Avrebbe compiuto ben 91 anni il prossimo 25 Giugno, ma purtroppo i postumi di una brutta caduta se lo sono portato via mercoledì scorso. Johnny Smith con la sua chitarra ha scritto pagine memorabili nella storia del cool jazz (le più note: ’Walk Don’t Run’ e ‘Moonlight In Vermont’, quest’ultima spalleggiato da Stan Getz), e ha suonato la chitarra in formazioni guidate da gente come Count Basie e Stan Kenton.

Nonostante le referenze di rilievo, oggi sono in pochi a ricordarsi di lui, questo perchè, a differenza di altri colleghi attivi fino in tarda età, si è ritirato dalle scene all’apice della carriera, alla fine degli anni ’50. Una decisione sofferta come non mai: “Mia moglie morìspiegava - E mi trovai a dovermi prendere cura da solo di una figlia di 5 anni. Non avrei mai potuto allevarla a dovere continuando a suonare in studio e nei club come facevo all’epoca”. Così lasciò la tentacolare New York City e si rifugiò in Colorado, dove vivevano sua madre e i suoi fratelli. Una decisione un po’ più facile da prendere, questa: “Non è per sparlare di New York, ma non sopportavo quello stile di vita e tutta la pressione che portava con sé. Proprio non mi piaceva”. (Continua a leggere)

Se n’è andato ieri all’età di 68 anni Pete Cosey, storico chitarrista degli ultimi anni del cosiddetto “periodo elettrico di Miles Davis. Con lo storico trombettista aveva suonato circa dal ’73 al ’75, lasciando il suo graffiante segno in dischi di valore talvolta (a torto) ritenuti prove ‘minori’ nella sterminata discografia di Miles, come ’Pangea’, ’Agartha’ e ’Dark Magus’. Le cause della morte, al momento in cui scriviamo, non sono state ancora rese note.

Solidissimo gregario, dopo l’esperienza alla corte di Davis non si metterà mai “in proprio” e diraderà notevolmente le sue apparizioni su disco (l’amico Bill Laswell lo coinvolgerà in ‘Future Shock’ di Hancock, tra gli altri), dedicandosi soprattutto all’attività live in formazioni più o meno estemporanee con colleghi ben noti come Melvin Gibbs, Ronald Shannon Jackson e Gary Bartz. Con quest’ultimo aveva formato agli inizi degli anni ’00 i Children Of Agartha, formazione che riproponeva il repertorio di Miles a cui Cosey aveva in origine contribuito.

Il mondo del rock è certamente strambo. I fan, forse, ancor più dei musicisti, anche se non se ne rendono conto. Succede quasi sempre che uno si avvicini al rock grazie ad un gruppo estremamente famoso e ragionevolmente orecchiabile da catturare al primo ascolto. Da lì si può restare tutta la vita sui soliti ascolti, oppure esplorare, approfondire etc., passando dalle antiche passioni per (es.) Queen  o Dire Straits o Springsteen o AC/DC allo scandaglio minuzioso delle propaggini più misteriose e contorte del pianeta rock.

Scalando la Montagna Sacra del Riffone Amplificato, il rocker-messner arriva alle vette dell’esoterismo imparandosi a menadito la discografia dei Neurosis e dei loro numerosi accoliti, o il kraut-rock d’antàn, o navigando con disinvoltura nell’arcipelago del metal più estremo, o nei menadri del post rock più algido e spigoloso, o quel cazzo che vi pare, possibilmente tutto insieme, a volte elaborando legami fra i distinti arcipelaghi per una comprensione, reale o illusoria, ancora più profonda, altre a compartimenti stagni. Non importa – il senso di realizzazione, una volta arrivati in cima alla Montagna, è grande. Sei riuscito a capire, riconoscere, apprezzare e amare i Carcass, i Velvet Underground, i Can, gli Skinny Puppy, i Butthole Surfers, i 13th Floor Elevators, i Tool, Captain Beefheart, Bjork, i Coven (ma solo quelli del primo disco), gli High Tide, i Neurosis, gli Spiritualized, i Pere Ubu… si può continuare per ore. (Continua a leggere)