FREE FALL JAZZ

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Ah, se non ci fosse Google… Ah, ma come si faceva prima, senza Google… Io, personalmente, usavo Excite. Non so manco se esiste ancora. E quando Internet Explorer s’inchiodava navigavo con Netscape. Non so manco se esiste ancora. Il bello di Google (e, in teoria, di ogni altro motore di ricerca) è la sua natura orwelliana, il suo registrare tutto di tutti. Registrazioni che, purtroppo, arrivano a noi in forma più o meno anonima: se i log di Google fossero un video, sarebbero uno di quelli coi visi quadrettati e le voci alterate per assomigliare a quella di Eddie Murphy. E insomma, in quasi tre mesi di Free Fall Jazz un bel po’ di gente è capitata sulle nostre pagine digitando qualcosa su Google, e molto spesso si tratta di chiavi di ricerca su cui, scommettiamo, i navigatori preferirebbero mantenere un certo riserbo. Ma potevamo noi restare omertosi davanti a cotanto ben di Dio? Ovviamente no, e quindi vi beccate questo piccolo regalino post-natalizio che speriamo sia capostipite di una cospicua serie. (Continua a leggere)


Ah, se non ci fosse Google… Ah, ma come si faceva prima, senza Google… Io, personalmente, usavo Excite. Non so manco se esiste ancora. E quando Internet Explorer s’inchiodava navigavo con Netscape. Non so manco se esiste ancora. Il bello di Google (e, in teoria, di ogni altro motore di ricerca) è la sua natura orwelliana, il suo registrare tutto di tutti. Registrazioni che, purtroppo, arrivano a noi in forma più o meno anonima: se i log di Google fossero un video, sarebbero uno di quelli coi visi quadrettati e le voci alterate per assomigliare a quella di Eddie Murphy. E insomma, in quasi tre mesi di Free Fall Jazz un bel po’ di gente è capitata sulle nostre pagine digitando qualcosa su Google, e molto spesso si tratta di chiavi di ricerca su cui, scommettiamo, i navigatori preferirebbero mantenere un certo riserbo. Ma potevamo noi restare omertosi davanti a cotanto ben di Dio? Ovviamente no, e quindi vi beccate questo piccolo regalino post-natalizio che speriamo sia capostipite di una cospicua serie. (Continua a leggere)

Lo dico subito: se esistesse un tribunale preposto al giudizio dei crimini musicali e io fossi in toga, allo smooth jazz l’ergastolo non lo toglierebbe manco l’avvocato Taormina. Musica buona tutt’al più come sottofondo in sala d’aspetto del dentista: sarà che uno l’associa inevitabilmente a trapani, urla belluine e parcelle salate, con quale coraggio poi a casa riesce a mettere un disco di Kenny G (che ha studiato e sa suonare, ci tengo a specificarlo prima che qualche cultore del bello chieda la mia testa)? Tutto questo per dire che il pianista americano Dan Siegel è diventato famoso (si fa per dire) e si è fatto una credibilità all’interno di questa nicchia, cosa che ai miei occhi non dovrebbe rendergli particolari onori (e infatti), tuttavia io ‘On The Edge’ lo adoro. È un po’ come fare coming out (no, è peggio), ma chi non ha una lista corposa di guilty pleasures o scheletri nell’armadio scagli pure il primo disco. A mia parziale discolpa posso dire che ‘On The Edge’ non è smooth jazz “duro e puro” come potreste immaginare, ma si abbevera copiosamente dal più patinato pop/rock della sua epoca (il 1985. Mi rendo conto di come ciò per taluni possa essere un deterrente piuttosto che un’attenuante, ma tant’è). (Continua a leggere)