FREE FALL JAZZ

gente che ha fatto una brutta fine's Articles

Introduzione
di Negrodeath

Che Miles Davis e Jimi Hendrix fossero stati amici è cosa nota. Che avessero pure l’intenzione di registrare un album insieme, pure. Che questo non sia potuto avvenire per ovvi motivi, ovvero la morte prematura del celebre chitarrista, figuriamoci. Da allora, cioè dal 1970, sono in molti a speculare cosa sarebbe potuto nascere dall’incontro fra i due titani. Pensateci un po’:  Davis, araldo del jazz, genio inquieto e curioso, mai soddisfatto e sempre pronto ad intraprendere nuove strade all’insegna di una personalissima e coerente visione estetica; e Hendrix, rivoluzionario della chitarra rock, perfettamente padrone del blues che deformava attraverso una sensibilità nuova, figlia del tempo ma già protesa ben oltre (è anche per questo che Hendrix, ancora oggi, suona così attuale rispetto a tanta paccottiglia del tempo), nonché uno dei pochi musicisti rock a suscitare l’ammirazione dei jazzisti. Non era un segreto che Hendrix volesse provare nuove vie caratterizzate da lunghe improvvisazioni collettive in forma di estese jam – lo testimonia pure il bellissimo live della Band Of Gypsies, uscito postumo. Miles Davis, nella sua autobiografia, dice chiaro e tondo che lui e Jimi avevano provato insieme più di una volta. “Chissà che avranno suonato…?” Bene, a quanto pare è finalmente arrivata la risposta, più precisamente da Malibu, dalla villa dove Miles ha abitato dal 1983 fino alla morte. Di recente la casa è stata venduta, e fin qui non ci sarebbe niente di interessante. Ma adesso entra in gioco la figura, tanto enigmatica quanto affascinante, di Sivad. (Continua a leggere)

Il nome di Harold Land è legato essenzialmente alle sue collaborazioni con Max Roach prima (nel famosissimo, e giustamente, quintetto con Clifford Brown) e Bobby Hutcherson poi (in un periodo non troppo fortunato, a livello commerciale, per il vibrafonista). Molto meno nota la sua discografia personale, e come spesso si dice in questi casi… peccato! Sul perché si potrebbero aprire mille discorsi e tutti inutili; certo spostarsi a Los Angeles nel periodo in cui New York era tornata ad essere l’epicentro del jazz non l’ha aiutato professionalmente, anche se gli ha permesso di lavorare a stretto contatto con giovani musicisti underground (all’epoca!) come Ornette Coleman, Paul Bley e Don Cherry. ‘The Fox’ è forse l’album più conosciuto di Land, e lo coglie nella fase di mezzo della sua evoluzione: rispetto al periodo con Roach il suo tenore si è fatto più duro e asciutto, meno Don Byas e più Rollins/Gordon, in transizione verso lo stile  coltraniano a venire.

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Leggiamo su All About Jazz che il prossimo Aprile il buon Wynton Marsalis, tra l’altro fresco di nomina come corrispondente per i servizi culturali della CBS, accompagnerà con la sua orchestra Paul Simon per tre concerti (denominati ‘The Paul Simon Songbook’) in cui il cantautore americano rivisiterà il meglio del suo repertorio in chiave jazz. La prima sarà il giorno 18 al Rose Theater nei pressi di Columbus Circle, a New York, e sarà un’esibizione privata per celebrare Lisa Schipp a capo del consiglio di amministrazione del JALC (Jazz At The Lincoln Center). Il 18 e il 19 sarà invece la volta dei due spettacoli aperti al pubblico.

Siamo pronti a scommettere (quota SNAI 1,19) che dall’evento sarà tratto un album (magari con DVD), sulla scia dell’operazione Marsalis&Clapton. Sentire ‘Sound Of Silence’ e ‘Mrs. Robinson’ con trombe e trombette però ci eccita quanto una cartella esattoriale scaduta.

Il mondo del rock è certamente strambo. I fan, forse, ancor più dei musicisti, anche se non se ne rendono conto. Succede quasi sempre che uno si avvicini al rock grazie ad un gruppo estremamente famoso e ragionevolmente orecchiabile da catturare al primo ascolto. Da lì si può restare tutta la vita sui soliti ascolti, oppure esplorare, approfondire etc., passando dalle antiche passioni per (es.) Queen  o Dire Straits o Springsteen o AC/DC allo scandaglio minuzioso delle propaggini più misteriose e contorte del pianeta rock.

Scalando la Montagna Sacra del Riffone Amplificato, il rocker-messner arriva alle vette dell’esoterismo imparandosi a menadito la discografia dei Neurosis e dei loro numerosi accoliti, o il kraut-rock d’antàn, o navigando con disinvoltura nell’arcipelago del metal più estremo, o nei menadri del post rock più algido e spigoloso, o quel cazzo che vi pare, possibilmente tutto insieme, a volte elaborando legami fra i distinti arcipelaghi per una comprensione, reale o illusoria, ancora più profonda, altre a compartimenti stagni. Non importa – il senso di realizzazione, una volta arrivati in cima alla Montagna, è grande. Sei riuscito a capire, riconoscere, apprezzare e amare i Carcass, i Velvet Underground, i Can, gli Skinny Puppy, i Butthole Surfers, i 13th Floor Elevators, i Tool, Captain Beefheart, Bjork, i Coven (ma solo quelli del primo disco), gli High Tide, i Neurosis, gli Spiritualized, i Pere Ubu… si può continuare per ore. (Continua a leggere)

Diciamola tutta: la mazza da baseball piuttosto che sulla copertina del disco andrebbe piantata sulla testa di Bill Evans, se fosse ancora vivo. Se non altro per aver generato una manica d’epigoni sospesi tra l’asettico e l’inetto, per non parlare poi della cappa d’intoccabilità che ne circonda oggi il nome andando ben oltre i suoi (pur innegabili) meriti. Pensando a un elenco dei cloni più spudorati ed irritanti dell’ex pianista di ‘Kind Of Blue’ però non è certo Alan Pasqua (che recensiamo quasi a Natale. Ok, avete ragione, non fa ridere) il primo a venire in mente, dato che il suo background consiste in qualche collaborazione con Bob Dylan, la partecipazione a un paio di dischi di Santana di cui nessuno si ricorda e, soprattutto, i Giant: se tra i lettori si nasconde qualche rockettaro cotonato pentito, di certo ricorderà i loro due ottimi album a cavallo tra fine ’80 e primi ’90. Il jazz nell’equazione entra dopo: dischi assieme a gente come Michael Brecker, Peter Erskine e via riccardoneggiando. (Continua a leggere)

Ascoltandoli oggi, chi immaginerebbe mai che questi tedeschi nascono dalle ceneri dei rozzissimi Chronical Diarrohea, bassa manovalanza hardcore/thrash di fine anni ‘80? Come si sia arrivati a una metamorfosi tanto stupefacente è il pianista Morten Gass a rivelarlo: “Eravamo solo dei metallari ubriaconi quando abbiamo coniato questo nuovo nome, ma ci piace ancora. Abbiamo deciso di usare la parola ‘Gore’ come tributo all’omonimo gruppo olandese, ci siamo ispirati a loro nel produrre musica unicamente strumentale”. Attivi ormai da più di tre lustri, i Bohren & Der Club Of Gore hanno lasciato il segno con una serie di dischi superlativi, su tutti l’incredibile ‘Black Earth’ (2002), inquietante puzzle dalle atmosfere noir in cui si incontrano jazz, ambient, musica da camera e richiami alle migliori colonne sonore di Angelo Badalamenti. Exploit confermato tanto dall’ostico successore ‘Geisterfaust’, quanto da ‘Dolores’ (2008), a tratti più melodico e immediato, ma sempre affascinante dimostrazione di come sia possibile suonare estremi senza usare neanche una chitarra elettrica. (Continua a leggere)