FREE FALL JAZZ

Craig Taborn's Articles

Chris Lightcap è contrabbassista e compositore poco conosciuto in Italia, ma a New York è considerato tra gli strumentisti più raffinati, oltre che leader in ascesa.
Bigmouth è un gruppo incantevole, che unisce cinque fuoriclasse della scena odierna, in grado di miscelare post-bop, forma canzone, lirismo senza etichette, repertorio originale che guarda ai temi di Ornette Coleman e Charlie Haden come fonte di ispirazione, rock-cover (Beatles e Lou Reed, tra gli altri).  (Continua a leggere)

Diretto dal giovane mago dei tamburi Ches Smith – già con gli Snakeoil di Tim Berne – il trio è un frutto delizioso dei locali-laboratorio newyorchesi, dove è normale “osare”. (Continua a leggere)

‘Conversations I’ parte e per un po’ non succede molto: solito free jazz sghembo, qualche strombazzata qui e lì, giusto un’altra tacca da aggiungere alla discografia di Roscoe Mitchell. Poi dopo 3 minuti i nostri partono per la tangente e ‘Knock’N'Roll’, questo il titolo della prima traccia, si trasforma in una specie di cataclisma: un muro del suono impressionante e gratuitamente violento che, a conti fatti, resta quasi l’unica cosa da ricordare. Non che siano i primi a tentare la carta dell’impatto, anzi, ma impressiona come in tre siano in grado di fare casino per trenta.

Per il resto il disco scorre via tra alti e bassi lasciando poche tracce: il sax di Mitchell preferisce mantenersi su atmosfere calme, giocando, come suo solito, con gli spazi, ma i risultati non incidono (i 15 soporiferi minuti di ‘Distant Radio Transmission’ sono qualcosa di insostenibile). (Continua a leggere)

A leggere in giro, per molti questo album del contrabbassista Michael Formanek sarebbe il segno che sì, forse la ECM riapre le porte al jazz. Da lì ad avere un minimo di curiosità il passo è stato breve, ancor più breve dopo aver visto che del piano se ne occupa il magnifico Craig Taborn e della batteria Gerald Cleaver, due musicisti stimatissimi da chi scrive. Al sax c’è Tim Berne, approdato proprio di recente alla corte di Manfred Eicher e non esattamente l’ultimo dei bischeri. Una copertina che, almeno per una volta, non rappresenta fiordi, brughiere o colli ventosi, ma uno squarcio di New York, invoglia ulteriormente all’ascolto. Si parte. La musica di ‘The Rub And The Spare Change’ è ambiziosa e complessa, con ognuno dei quattro musicisti ben posizionato su un binario metrico leggermente sfasato da quello dei compagni. Mancano temi di facile presa come dei groove in grado di trascinare e mettere a suo agio l’ascoltatore, se non occasionalmente: una caratteristica non certo esclusiva di questo album, che però qui pesa particolarmente. (Continua a leggere)

In potenza, Okkyung Lee potrebbe suscitare forse più interesse tra gli affezionati di nomi dalle influenze grossomodo neo classiche (diciamo dai Dark Sanctuary agli Elend, finanche Amber Asylum) piuttosto che tra chi segue gli artisti di cui solete (speriamo) leggere su queste pagine, eppure ‘Noisy Love Songs’ è stato lanciato e promosso soprattutto nel circuito jazz, “colpa” della parentela (in senso figurato) che unisce la violoncellista coreana col suo mentore John Zorn, che ne patrocina le uscite tramite la Tzadik. Rispetto ai nomi citati, quello di Okkyung è un neoclassicismo dai toni certamente più scarni e meno elaborati, musica da camera che si sposa con umori downtempo (‘Roundabout’) e richiami ai Dead Can Dance più “esotici” (l’ottima ‘King’), momenti, questi ultimi, in cui il sestetto (che oltre al violoncello si avvale di violino, tromba, piano, basso, percussioni ed elettronica) sembra procedere al massimo delle proprie potenzialità. (Continua a leggere)