FREE FALL JAZZ

Art Blakey's Articles

Les liaisons dangereuses” è il titolo di un film franco-italiano (filone prurignoso-ma-sofisticato) del 1959, diretto da Roger Vadim e basato sul romanzo omonimo che, negli anni ’80, ispirò pure il film di Stephen Frears. (Continua a leggere)

L’organo hammond nacque negli anni ’30 come sostituto economico dell’organo a canne e si diffuse rapidamente nelle chiese degli Stati Uniti. Da lì passò rapidamente all’arcipelago della musica nera, jazz incluso – pezzi grossi come Fats Waller e Count Basie lo utilizzarono di quando in quando, mentre Wild Bill Davis ne fu il primo specialista col suo trio chitarra-hammond-batteria. Ma se c’è un nome che più di ogni altro ha popolarizzato lo strumento, estendendone tecnica e vocabolario oltre il pensabile, quello è Jimmy Smith. Grazie a lui, l’hammond divenne uno strumento solista alla pari dei fiati, e con un inedito uso dei pedali poteva sostituire il classico walkin’ bass. (Continua a leggere)

“Sanremo, tra grandi autori e tanto jazz il Festival della canzone al via il 12 febbraio”, recita il titolo di una velina Adnkronos riguardante l’imminente Festivàl. Tanto jazz, mica brodo di fagioli: “C’è il jazz di Raphael Gualazzi, che firma testi e musica di entrambi i suoi brani, ‘Sai (ci basta un sogno)’ e ‘Senza ritegno’ (che contiene una metafora “ti sparo nelle gambe e divento cristiano/dopotutto non è male se mi sento più umano”, che non piacerà ai cattolici), con i quali il pubblico dell’Ariston avrà difficoltà a rimanere fermo sulle poltrone.” Fremiamo. Nel frattempo, rimembriamo che un tempo a Sanremo c’era pure il Festival del Jazz e in tal occasione, nel 1963, fecero la loro prima data italiana Art Blakey e i Jazz Messengers, quelli della meravigliosa formazione con Hubbard, Shorter, Fuller e Walton. Quelli che potrete gustarvi qui sotto.


Il bellissimo filmato che vi accingete a visionare viene dagli archivi di una tv tedesca. Fu girato in occasione del settantesimo compleanno di Art Blakey al festival di Leverkusen, ed è una vera goduria per una serie di motivi. Il primo, banalmente, è che si tratta di Art Blakey e dei Jazz Messengers, all’epoca composti da Brian Lynch (tromba), Javon Jackson (tenore), Donald Harrison (contralto), Frank Lacy (trombone), Essiet Okon Essiet (contrabbasso) e Geoff Keezer (piano); il secondo la parata di ospiti speciali, gente lanciata proprio da Blakey verso l’empireo che torna a festeggiare il maestro, e si parla di Freddie Hubbard, Wayne Shorter, Benny Golson, Walter Davis jr, Jackie McLean e Terence Blanchard; ‘Mr Blakey’, un divertente brano scritto appositamente da Horace Silver (che non aveva potuto partecipare) e cantato da Michelle Hendricks; infine, Roy Haynes dietro la batteria e Art al pianoforte per una bella versione del classico di Monk ‘In Walked Bud’. E poi, la musica dei Messengers… ma quella non si discute, giusto?


Assieme a Verve, Prestige, Riverside e Okeh, la Blue Note è una delle etichette entrate nella mitologia del jazz al pari dei musicisti stessi. Si tratta, molto probabilmente, anche della più amata, al punto che un libro sulla sua storia era ormai inevitabile. Un libro, appunto, come questo.

Richard Cook narra la scommessa di due giovani appassionati di musica, Albert Lion e Francis Wolff,  partiti molto cauti con l’idea di dare uno spazio alle piccole formazioni dei jazzisti della swing era durante gli anni del bebop, trovatisi a produrre per primi Thelonius Monk, e poi decollati oltre ogni aspettativa. Ecco quindi l’epopea di Lion e Wolff, infaticabili documentaristi dell’hard bop a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 grazie ad un enorme fiuto di talent scout e ad idee ben precise su cosa produrre, ovvero musica che avesse i piedi ben pientati nel continuum della musica negramericana, che spingesse, che avesse ritmo – quella che innanzitutto piaceva a loro. Ecco i retroscena dietro ai best seller, come Horace Silver (di fatto, l’uomo che forgiò il tipico “Blue Note Sound”), Art Blakey, Lee Morgan, Jimmy Smith, Lou Donaldson e Freddie Hubbard, e quelli dietro agli artisti meno fortunati come Tina Brooks, Freddie Redd, Baby Face Willette. Ecco il ritorno dall’oblio di un gigante come Dexter Gordon e l’importante figura di Duke Pearson, pianista, compositore e direttore artistico.
(Continua a leggere)

Da un’idea della nostra Dinahrose, inauguriamo oggi una nuova rubrica dalla cadenza regolarmente variabile (insomma, ormai ci conoscete). Oggetto della suddetta saranno i volumi, quelli misurati in pagine piuttosto che decibel, imparentati in maniera più o meno diretta con la “nostra” musica. Senza andare (ancora) a pescare chissà quale tomo dimenticato da tutti i cataloghi, dedichiamo questa prima puntata a un titolo acquistabile senza patemi in tutte le librerie. In realtà,nel caso specifico, da leggere c’è davvero poco: ‘A memoria di jazz’ è infatti un lavoro soprattutto fotografico. Hervé Gloaguen, il suo autore, è un fotogiornalista francese appassionato di musica, che ha avuto la fortuna di svolgere la sua gavetta, tra Parigi e New Orleans, negli anni ’60, periodo che gli ha permesso di assistere dal vivo, pellicola alla mano, alle esibizioni di praticamente tutti i più grandi interpreti di jazz. Oggi sessanta (numero a caso?) di quegli scatti sono raccolti in questo volumetto rigorosamente in bianco e nero e assolutamente spettacolare a vedersi: formato A5 (circa), copertina rigida, carta patinata di ottimo spessore.

Il periodo cruciale ha permesso all’autore di incrociare musicisti appartenenti a generazioni musicali differenti, e dunque tramite i personaggi raffigurati risulta possibile ripercorrere, seppure a grandi linee, la storia e l’evoluzione di un intero genere (Continua a leggere)

Come già detto in precedenza, l’idea alla base di Picture This è proporre video interessanti a voi che leggete. Oltre a questo, per quanto possibile, ci piace scegliere video “non inflazionati”, è per questo che cerchiamo di proporre anche filmati che non fossero già nello sterminato archivio di YouTube prima che ce li mettessimo noi. Questa settimana la proposta è un Art Blakey quasi a fine carriera, ma ancora in forma più o meno smagliante. L’occasione è uno show in terra tedesca, all’Internationale Jazzwoche di Burghausen per la precisione, in cui si festeggia anche il trentaseiesimo anniversario dei Jazz Messengers. La data è 23 Marzo 1984, e il brano che vi proponiamo è ‘Duck Soup”, tratto dall’album ‘Oh By The Way’  (di un paio d’anni precedente) e composto dal bravo altosassofonista Donald Harrison.

 

Il nome di Benny Golson viene spesso, e giustamente, associato a determinati sodalizi (con Art Blakey nel memorabile ‘Moanin”, con Art Farmer nel Jazztet) e alla sua originalità di compositore/arrangiatore per piccoli e medi organici (lavoro svolto per Dizzy Gillespie e per vari classici album di casa Blue Note). Se ne parla molto meno quando l’argomento sono grandi sassofonisti e grandi album. Ed è un vero peccato perché Golson, a proprio nome, può vantare una discografia ricchissima e con un rapporto qualità/quantità davvero positivo.

‘Groovin’ With Golson’ è uno dei molti dischi incisi da Benny a cavallo fra gli anni ’50 e ’60. Come i coevi ‘Gettin’ With It’ e ‘Gone With Golson’, schiera una frontline piuttosto inusuale fatta di tenore e trombone, affidato alle esperte mani del fido Curtis Fuller. Sonorità calde e incentrate toni sui medi, arrangiamenti dall’intrigante effetto orchestrale, e ampi spazi per i solisti sono il punto di partenza per una magnifica sessione hard bop a tutto blues – ovvero una delle due o tre cose migliori del mondo. (Continua a leggere)

No, non abbiamo sbagliato copertina. Certo, ‘A Night In Tunisia’ ha una delle front cover più note e riconoscibili della storia, eppure qui accanto ne vedete una diversa. L’arcano (che per i più attenti non sarà tale) è presto risolto: si tratta di un altro disco. Non sono molti a ricordarlo, ma oltre allo storico classico su Blue Note del 1960, la discografia di Art Blakey  (senza contare varie raccolte semi-ufficiali) ne contiene almeno un paio dal titolo uguale o molto simile: l’omonimo del 1957 su RCA, e questo ‘Night In Tunisia’ del 1979, che rispetto al ben più noto predecessore omette l’articolo.

Gli anni ’70 furono un periodo particolare per il batterista di Pittsburgh, ricordato più che altro per la partecipazione al progetto Giants Of Jazz in compagnia di altri monumenti tipo Gillespie, Monk e Stitt. La versione dei Jazz Messengers attiva nella seconda parte del decennio, pur autrice di buone prove come ‘In This Korner’ (del ’78), non è mai stata particolarmente celebrata, schiacciata da un lato dai leggendari “messaggeri” degli anni ’50 e ’60 (inutile fare nomi: se non li conoscete probabilmente siete capitati su queste pagine cercando su google “il mondo non si è fermato mai un momento”) dall’altro dalla formazione che negli anni ’80 porterà Blakey ad un quasi inaspettato ritorno di popolarità, con un giovanissimo Wynton Marsalis sugli scudi. (Continua a leggere)