FREE FALL JAZZ

Si sono dette molte cose sul conto di Charles Lloyd, spesso nemmeno lusinghiere, prima fra tutte l’accusa di essere un furbacchione in cerca dei consensi del grande pubblico. Al secondo posto, quella di esser solo bravo a cercarsi i musicisti giusti e lasciar fare tutto a loro. La realtà, probabilmente, sta nel mezzo: di per sè, Lloyd è un personaggio marginale della storia del jazz, un epigono coltrane-iano senza troppa fantasia nè talento, più incline all’estetizzazione che altro, al pari di Pharoah Sanders. Detto questo, dobbiamo anche riconoscerne i centri, come questo album dal vivo registrato nel 1966 celebre al Monterey Jazz Festival. Al tempo la band di Lloyd (al tenore e al flauto) comprendeva i giovanissimi Cecil McBee (contrabbasso), Keith Jarrett (piano) e Jack DeJohnette (batteria), e nonostante fosse insieme da pochi mesi poteva vantare una compattezza invidiabile. La musica? E’ presto detto: modalismo estremo, agganci alla musica orientale, indiana in particolare, crescendo estatici in odor di misticismo, energici poliritmi. Sembrerebbe un bignami di ciò che John Coltrane aveva indagato negli anni immediatamente precedenti, in particolare dei suoi tratti distintivi più tipici. Lloyd riesce a divulgare il tutto in chiave più immediata, più comprensibile ad un pubblico meno addentro allo scenario del jazz. Lo fa grazie a temi estremamente orecchiabili, ad una notevole spettacolarizzazione dell’improvvisazione, a volte collettiva ma mai confusionaria o frastornante, e al suo inconfondibile sax asprigno. Punto di forza del disco è l’omonima suite in due parti, quasi venti minuti in cui il leader esibisce la sua capacità di elaborare temi melodici quasi pop e Jarrett attraversa tutta la storia del piano jazz con disinvolto enciclopedismo, fra arpeggi delicati, impeto stride, ricami petersoniani e densi cluster, con grande proprietà di linguaggio e capacità di organizzazione.

Ai tempi, ‘Forest Flower’ avvicinò un sacco di giovani al jazz in virtù della sua sintonia, vera o presunta, con lo spirito dei tempi, quelli del flower power. Oggi ci resta fra le mani un elegante sunto del linguaggio per quartetto del periodo, con un’accessibilità non comune – è ancora un buon punto d’inizio per introdurre amici al jazz. Il che, forse, è il miglior complimento che gli si possa fare.
(Negrodeath)

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