FREE FALL JAZZ

Una breve panoramica sulla carriera di Barry Altschul l’abbiamo offerta in un recente articolo su Sam Rivers, ma non è mai troppo tardi per render cronaca del suo recente ritorno da leader, risalente ormai a qualche mese fa, che ci ha regalato una delle uscite migliori dell’anno. A tener compagnia al batterista troviamo due amici dalla presenza fin troppo  ingombrante per limitarsi al ruolo di comprimari: il bassista Joe Fonda, che sia con l’archetto che col pizzicato si cala alla perfezione nei panni di Dave Holland, e il tenorista Jon Irabagon dei divertentissimi Mostly Other People Do The Killing, che in questa sede, oltre a portare in dote il suo tipico approccio senza fronzoli e ricco d’humour, sfoggia una versatilità altrove emersa solo a tratti.

Parlando di questo disco Altschul ha usato l’espressione “from ragtime to no time” (dal titolo di un vecchio album di Beaver Harris, storico batterista di Archie Shepp), come a volerne sottolineare la volontà di assorbire e rimasticare influenze da tutte le correnti attraverso le quali si è dipanata la musica jazz nel corso dei decenni, e l’ascolto conferma che non si tratta di parole a sproposito. Il corso principale resta la caratteristica mediazione tra free jazz e post bop che il batterista ha più volte messo in pratica nei dischi in proprio (noi vi rimandiamo ancora una volta al superlativo ‘You Can’t Name Your Own Tune’, in attesa di un suo recupero su queste pagine), ma è interessante prestare attenzione agli “affluenti”: da una ‘Papa’s Funkish Dance’ con un approccio funk che mantiene le promesse del titolo a una ‘Be Out S’Cool’ che profuma della monkiana ‘Bemsha Swing’, passando per le sonorità levigate della ballad ‘Irina’ e una ‘Oops’ che strizza contemporaneamente l’occhio al calypso e alla musica africana.

Se vi sembra già tanto sappiate che non è finita: la coda dixieland di ‘Natal Chart’ è uno dei momenti più divertenti del disco e c’è spazio anche ‘Ictus’, scritta da Carla Bley e ben nota ad Altschul, che più volte l’ha suonata accompagnando Paul Bley: si tratta dell’unica rilettura in scaletta, tutti gli altri brani portano la firma del batterista (che siano nuovi di zecca o ripescati dalle precedenti esperienze). Il vero punto di forza però non è la varietà, che pure si lascia apprezzare e rende l’album potenzialmente capace di mettere tutti d’accordo, quanto piuttosto il groove: una carica ritmica che rende le canzoni dinamiche e irresistibili. Il “fattore 3dom” è quello vincente, a quanto pare. (Nico Toscani)

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