FREE FALL JAZZ

Cinquanta pubblicazioni completamente autofinanziate non sono un traguardo da nulla, soprattutto in tempi in cui il declino della discografia è comune argomento di discussione. Figuriamoci poi se siamo in crisi da quattro anni buoni. Eppure il collettivo-casa discografica El Gallo Rojo ce l’ha fatta, e ha deciso di festeggiare nel miglior modo possibile: un bel jazz party con tutti e quattordici i Gallos riuniti insieme! In realtà l’organico completo viene impiegato in soli due brani, mentre per il resto lo troviamo raggruppato in varie formazioni più piccole, dal piano solo fino all’ottetto, secondo configurazioni inusuali e una scrittura sempre stimolante. Considerando che ogni brano è stato composto da un musicista diverso e la natura eterogenea della proposta, ci si potrebbe chiedere se ‘El Dia De Los Muertos’ riesca a cogliere nel suo complesso l’identità del collettivo. Dopo qualche ascolto la risposta è positiva, perché se è vero che in apparenza non c’è molto di simile fra i brani di quest’ora e mezza di musica, è anche vero che emerge chiaro e tondo lo spirito del Gallo: avventuroso, spinto dalla ricerca, senza vuote astruserie e con un surreale senso dell’umorismo che attraversa in fondo pure i momenti ostici, che pure non mancano. A tratti sembra quasi di ascoltare la colonna sonora di qualche strano e grottesco film. Oppure, un game piece di John Zorn disteso su un tavolo anatomico. Si comincia con una sorta di inno autointitolato dai toni messicani e poi si prosegue attraverso una vasta gamma di diverse prospettive sul jazz contemporaneo. Troviamo le sonorità americana e rurali à la Frisell di ‘Bill’, l’affascinante ‘The Twins Dancing In Space’ che parte come camerismo ermetico e sfocia con naturalezza in un bell’assolo di sax caldo e vibrato, o nella potentissima ‘Damn He Was Still Alive’, fra quartetti di Cecil Taylor, ritmi hardcore punk e sinistra coda noir. E tutto questo solo per restare nel primo cd… Naturalmente ci sono pure un paio di brani per el conjunto completo, come ‘Resertic Dumba’ e ‘SandQuake’, diversissime tra loro ma al solito coerenti col disegno generale.

Come si dice in questi casi, altri cinquanta di questi dischi! Seriamente, un’opera interessantissima che rappresenta fedelmente una delle migliori realtà del jazz nostrano.
(Negrodeath)

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