FREE FALL JAZZ

Se la vostra immagine mentale del percussionista è ferma al capellone afro coi pantaloni a zampa che suona le congas a petto nudo… beh, allora è il caso di aprirsi a nuovi orizzonti! Conoscere Leon Pantarei e la sua musica è un’occasione da non perdere: musicista aperto e colto, accoglie nelle sue corde il dub, l’elettronica, il jazz e tanta musica etnica, da Cuba al Pakistan.

Decliniamo al passato: l’etno-dub e i successi con CNI, la tua attività di turnista live e in studio anche in ambito “pop”… Che ricordi hai? Cosa ti è rimasto?
Molto, anzi, direi moltissimo. La storia di Pantarei è stata bellissima e mi ha dato molte soddisfazioni, soprattutto ha sviluppato e perfezionato le mie capacità di autore di musica e testo all’interno di una forma che, pur con tutti i distinguo del mondo “indie”, può essere definita canzone. Poi, di grande importanza e’ il rapporto, che con il progetto Pantarei ho approfondito moltissimo, tra psichedelia del ritmo e concezione psichedelica e mantrica della dance, in un contesto di melting pot percussivo capace di unire il son latino, i ritmi carioca e le pulsazioni orientali, tipo i tala indiani, il konnakhol ed il maquam araboarmeni, il tutto remixato col reggae e il dub, chiaramente. Mi sento una sorta di portabandiera della “contaminazione”: per me, nel terzo millennio, la radicalizzazione della filologia o del monotematismo espressivo suona quasi come una “bestemmia creativa”, come un limite allo sviluppo dei linguaggi. Da sempre sono ossessionato dalla ricerca dell’originalità e, a mio avviso, il massimo dell’originalità non può che scaturire dalla ricombinazione degli elementi o dalla sintesi fra i linguaggi. Tra l’altro la principale motivazione delle mie scelte espressive risiede nel fatto che, forse presuntuosamente, sono consapevolmente certo che le percussioni e il groove, se sapientemente organizzati e suonati, possono diventare una sorta di potentissimo generatore di immagini e di suggestioni evocative: possono far viaggiare il corpo e la mente un po’ come accade nello stato di “trance” o nel cinema. Quanto invece alle mie esperienze di turnista live e in studio in ambito pop, già dall’inizio con Pino Daniele, poi con Mango, Teresa De Sio ed altri, mi sono  servite moltissimo per capire come si lavora in sala di registrazione. Quando si è chiamati a collaborare con qualcuno bisogna essere capaci di ottimizzare in poco tempo creatività, precisione ritmica, disponibilità alla sperimentazione e anche pazienza: un vagone, anzi, direi un convoglio intero carico di pazienza. Questo perchè non sempre, ma spesso, il dio di quel mondo, il mondo della canzone pop italiana, ha un nome: egocentrismo.

Raccontaci dei tuoi viaggi, musicali e non. Nel tuo set di percussioni ci stanno strumenti di provenienza diversa: tabla, bendir, djembè, c’è la tua voce. Qual è stato il tuo percorso?
I miei viaggi possono essere equamente suddivisi in “concreti”, ovvero reali, e viaggi concettuali, di esplorazione in un certo senso virtuale, perchè realizzatasi in Italia, ma a contatto con soggetti provenienti da mondi e latitudini estreme e lontane. La mia lunga permanenza in Spagna, per una serie di fortunate coincidenze, mi ha permesso un contatto diretto con i massimi specialisti della percussione araba, sia a calice che a cornice, poi proseguita negli anni a Roma e a Torino. Per quanto riguarda le percussioni indiane, le tabla le ho studiate per 5 anni nel centro di Roma, tra la fine degli anni ‘80 e i primi ’90, e quella scelta si è dimostrata veramente utile e vitale per l’evoluzione completa del mio linguaggio percussivo. Cosi’ come la percussione jazz, studiata in conservatorio, è stata fondamentale per la mia formazione riguardo al drumming, al concetto di improvvisazione e quindi al concetto stesso di “musica d’insieme”, allo stesso modo lo studio della percussione mediorientale e indiana si è rivelato decisivo per la crescita sia del percussionista che del compositore Leon. Poi Nanà Vasconcelos, il grande percussionista carioca col quale ho studiato per tre anni, mi ha trasmesso il concetto del silenzio e dell’imitazione dei suoni naturali nella percussione: non finirò mai di ringraziarlo per questo.

Hai pubblicato due dischi con una formazione molto vicina al jazz, OmParty, riscuotendo buoni feedback dal pubblico criticante e dalla critica pubblicata. Parlacne.
Omparty è proprio una bella storia: ha dato a me e agli altri fondatori della band, Pasqualino Fulco e Roberto Cherillo, grandi soddisfazioni fin da subito. Era molto che cercavo di costruire una formazione così. Al primo disco abbiamo vinto il MEI nella sezione Suoni di Confine: una bella soddisfazione. Poi abbiamo fatto parecchi festival con Luca Aquino come ospite; nel 2010 oltre a lui c’era anche Hakon Kornstad, il norvegese più creativo che abbia mai incontrato. Omparty, se leggi le recensioni prestigiose che i due dischi finora prodotti possono vantare, è la esemplificazione vivente della mia idea di altro jazz o di folklore immaginario. L’elemento del Leon Pantarei Project è il ritmo che fa da fondale e da sostanza anche melodica alle composizioni: su di esso, che devi vedere come una sorta di Sciamano catalizzatore e concertatore, s’innestano i temi, i solisti, i climax. Uno sballo davvero.

Ed ora il futuro: cosa farai da grande?
Sto preparando un grande colpo in ambito dance/world/pop: una band meravigliosa che esprime la quintessenza stessa del pensare, dell’essere, del danzare, dell’emozionarsi latino e mediterraneo. Anche in termini linguistici, perché la lingua delle canzoni è essenzialmente lo spagnolo ed alcuni spunti letterari inevitabilmente rimodulano la percezione anche nella direzione del mondo sudamericano. Io scrivo direttamente in spagnolo, italiano e dialetto calabro-siciliano: ho a che fare con tutti questi mondi per radici e retaggio, poi da qualche anno ho una cognata ed una nipotina cubane, quindi el mundo del son no tiene nada que jo no este sientendo y vivendo en realidad. È un progetto basato sul ritmo, il drum’n’bass e l’emozione; essenzialmente acustico, ma impossibile da non ballare, impossibile da non sentire, spero impossibile anche da non amare!. Dovrebbe essere il progetto della mia maturità. Fra l’altro ho creato una band fantastica di musicisti e persone fantastiche, che assomiglia, per unità d’intenti e coesione affettiva e progettuale, al modello condiviso di “tribù di anime complici”  tipico delle grandi band rock degli anni ’70 e ’80: fantastico. Se non mi funziona è abbastanza probabile che io mi ritiri: vuol dire che in trenta anni di carriera ed esperienze non ho capito proprio niente. Allora mi limiterò a scrivere e pubblicare romanzi, visto che sto per esordire anche in questo, e a fare colonne sonore magari. Oppure mi trasferisco a Cuba. Non so. Vedremo.

(Intervista a cura di Carlo Cimino)

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