FREE FALL JAZZ

Il mondo del rock è certamente strambo. I fan, forse, ancor più dei musicisti, anche se non se ne rendono conto. Succede quasi sempre che uno si avvicini al rock grazie ad un gruppo estremamente famoso e ragionevolmente orecchiabile da catturare al primo ascolto. Da lì si può restare tutta la vita sui soliti ascolti, oppure esplorare, approfondire etc., passando dalle antiche passioni per (es.) Queen  o Dire Straits o Springsteen o AC/DC allo scandaglio minuzioso delle propaggini più misteriose e contorte del pianeta rock.

Scalando la Montagna Sacra del Riffone Amplificato, il rocker-messner arriva alle vette dell’esoterismo imparandosi a menadito la discografia dei Neurosis e dei loro numerosi accoliti, o il kraut-rock d’antàn, o navigando con disinvoltura nell’arcipelago del metal più estremo, o nei menadri del post rock più algido e spigoloso, o quel cazzo che vi pare, possibilmente tutto insieme, a volte elaborando legami fra i distinti arcipelaghi per una comprensione, reale o illusoria, ancora più profonda, altre a compartimenti stagni. Non importa – il senso di realizzazione, una volta arrivati in cima alla Montagna, è grande. Sei riuscito a capire, riconoscere, apprezzare e amare i Carcass, i Velvet Underground, i Can, gli Skinny Puppy, i Butthole Surfers, i 13th Floor Elevators, i Tool, Captain Beefheart, Bjork, i Coven (ma solo quelli del primo disco), gli High Tide, i Neurosis, gli Spiritualized, i Pere Ubu… si può continuare per ore. Arrivato in cima, o Rocker, comprendi musica che l’Ascoltatore Superficiale Medio non apprezzerebbe mai, perché troppo complessa, troppo rumorosa, troppo lontana dalla melodia orecchiabile e facile che anche tu, una volta, amavi e che poi hai abbandonato per prendere la Strada Impervia del Rock, un percorso a ostacoli, un cammino iniziatico. I vecchi gruppi di grande popolarità che amavi una volta sono “guilty pleasures”, oggi, e anche sui Tool hai dubbi – li ascoltano in troppi, vedrai sono un po’ commerciali, secondo la metamorfosi adorniana che investe il Rocker Esoterico. Il rocker maturo e basta è un’altra cosa: non conosce il guilty pleasure ma solo il pleasure, e non trova niente di sbagliato nell’alternanza di Earthless, System Of A Down, Judas Priest, Kansas, Lynyrd Skynyrd, AC/DC e Ministry.

Succede ad un certo punto che il Rocker Esoterico senta la voglia di scoprire altro, tipo il jazz, quella musica che spesso da giovani si tende a schifare perché la ascoltano i genitori e i vecchi e gli intellettuali, è roba buona solo per darsi un tono etc etc. Ora però, con l’avvenuta consapevolezza e l’affinamento dell’orecchio, chissà, forse è il caso di provare… e qui casca l’asino. Perché il nostro Rocker ormai vuole l’indecifrabile, il difficile, il complesso: nell’ascolto, più che nella struttura. A farla da padrone è quel free jazz che la critica rock ama citare completamente a cazzo non appena sente roba particolarmente rumorosa e ricca di fischi e dissonanze stridenti. Non so indicare un colpevole, ipotizzo giusto le recensioni degli Stooges di ”Funhouse”, nel 1969: il sax abbastanza ayleriano di Steve McKay potrebbe aver dato il via a quella grottesca usanza di nominare pavlovianamente il free jazz in presenza di un certo qual casino (coi sax o meno), anche senza aver mai sentito un disco di free jazz, con la vaga consapevolezza che, tanto, il lettore versa nelle stesse condizioni. Val la pena di ricordare che, nel caso di “Funhouse”, il discorso aveva senso.

Pare già assurdo, ma lo è molto di più. Certa critica rock (v. “Mucchio Selvaggio”) non ha mai ricevuto i calci in culo necessari, ma è rimasta legata ad un modello di pensiero 68esco fatto di “reazionari” e “progressisti” (“cattivi” e “buoni”) tagliati con l’accetta, secondo la solita dicotomia banale ereditata dai vetusti scritti di Adorno e Horkenheimer – letta oggi, la “Dialettica dell’Illuminismo” non è niente altro che il raglio di due vecchi incapaci di comprendere i tempi. Roba reazionaria che è riuscita a travestirsi da progressista, visto che postula l’indigeribile e l’ostico come estetica del bello, perché tutto ciò che è piacevole è prodotto per anestetizzare le masse che altrimenti farebbero la rivoluzione. In Italia questo stato di cose è rimasto inalterato, così come (mi dicono) in Francia, e si è propagato pure alla stessa critica jazz: si veda una nota rivista, che ha dedicato mezzo paragrafo alla morte di Freddie Hubbard  e un lungo speciale a quella di Bill Dixon. Abituato a sentir dire per anni “free jazz” e “avanguardia” da giornalisti rock che non conoscono nè il free jazz nè l’avanguardia (termine velleitario per eccellenza), il nostro Rocker Esoterico non è assolutamente in grado di comprendere tutta l’articolazione della storia del jazz, ma solo le propaggini più iconoclaste, furiose, free appunto, che però oggi sono parte di un passato storicizzato e assimilato, tanto quanto Louis Armstrong. Inveisce contro quello che è il mainstream jazzistico contemporaneo ed è seriamente convinto che una manica di cialtroni come l’Italian Instabile Orchestra, o il noiosissimo Peter Brotzmann, siano più meritevoli di Terence Blanchard. Perchè? I primi fanno casino e stridono, Blanchard post-bop mainstream evoluto e raffinato, dunque sarebbe reazionario.

I peggiori risultati si hanno quando il nostro Rocker Esoterico va indietro nel tempo: non è assolutamente in grado di capire il jazz anteriore al bebop, secondo un luogo comune ormai sconfessato da quel dì, ma sempre duro a morire e ben sostenuto dalla critica 68ista, che vuole il jazz pre-bebop come musichetta d’intrattenimento coi negri che soffiavano nelle loro simpatiche trombette per riscattarsi socialmente. Coleman Hawkins, Lester Young, Art Tatum, Earl Hines, Count Basie o Roy Eldridge, piacevoli anche per il profano, non stuzzicano affatto il Rocker Esoterico, che non vuol fare passi indietro e accetta di malavoglia la possibilità di ascoltare musica che sia pure gradevole quindi commerciale facile merda schifo. Arrivati alla cima della durezza dascolto rock, lì vogliono restare anche quando passano a sentire tuttaltro. Spostarsi verso frange del jazz in qualche modo “vicine” è comprensibile, pretendere di liquidare, sulla base di questo, artisti come Jelly Roll Morton, Dexter Gordon, Horace Silver o Hank Mobley (prendo da generazioni di musicisti diverse, tutte però colpevoli di piacevolezza, a caso) è degno di pedate in culo date bene con la rincorsa. Soprattutto se si perdura nell’atteggiamento suddetto, e si ignora il concetto di continuum alla base della cultura jazzistica, in particolare quella americana che gira e rigira è l’unica che conta.

Confondendo l’estetica della complessità con la complessità in sè, e facendo di quest’ultima l’esclusivo parametro di valutazione secondo criteri di elitarismo pezzente, si arriva all’incapacità di comprendere l’arte di Louis Armstrong. Ma non prendete quest’ultima uscita come un “o tempora o mores”, mi raccomando. E’ solo una divertente fustigazione di un malcostume riconducibile al solito sessantottismo. Ed è soprattutto un invito a far piazza pulita di un sacco di pregiudizi e ad avvicinarsi a “quella roba” con orecchi nuovi.
(Negrodeath)

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