FREE FALL JAZZ

Il linguaggio musicale possiede caratteristiche tali da renderlo particolarmente adatto ed efficace ad affrontare una molteplicità di temi e sentimenti umani, utilizzando modalità espressive estremamente variegate. Il jazz ha sin dalle sua fondamenta potuto godere di un così vasto intreccio di contributi, tale da permettere al musicista di turno di affrontare certi temi con una flessibilità e trasversalità di culture e di discipline artistiche difficilmente riscontrabili in altri ambiti. Nel caso del concerto di domenica scorsa al Teatro Manzoni del Joe Daley Tuba Trio, il tema affrontato dal leader della formazione era quello delle reazioni umane a fronte di un evento tragico come la morte. Rabbia, dolore, sofferenza quasi fisica e disperazione che riescono nel tempo a trasformarsi in pace, serenità e persino gioia, espresse in una sorta di catarsi utilizzando la musica e la consolidata modalità umana del rito e della preghiera. Ciò in conseguenza di una motivazione fortemente soggettiva del leader, quale il trauma personale vissuto e dovuto alla improvvisa tragica morte della moglie Wanda, avvenuta lo scorso anno per incidente stradale.

Come spiegato anche nel libretto di sala, Joe Daley ha voluto presentare nella circostanza una ritualità in musica assai particolare, decisamente laica, cioè distante da certa sacralità tipica del rito religioso, in qualsiasi dottrina esso voglia essere inteso, e lo ha fatto utilizzando quella trasversalità di cui si è appena accennato per costruire un concerto molto particolare concepito in un flusso musicale unico dal significativo titolo Prayer Rituals: A Quest For Inner Peace (In Fond Memory Of Wanda Daley).

Daley si è presentato sul palco con una formazione allargata a cinque elementi, comprendente gli annunciati Warren Smith (fondatore del Composers Workshop Ensemble) alle percussioni varie, marimba e vibrafono, Scott Robinson alla vasta gamma di flauti e sassofoni (dal mastodontico sax contrabbasso che giganteggiava sulla scena appoggiato al suo trespolo, sino al tenore, passando per il baritono), la danzatrice e suonatrice di kora Althea Sully Cole e il trombonista Craig Harris in sostituzione del previsto Bill Cole. La proposta si è articolata in un intreccio interdisciplinare di danza, recitazione e musica nel quale l’uso preponderante degli strumenti a percussione e melodici a scapito di quelli con possibilità armoniche ha prodotto una scrittura dell’opera volutamente più spostata sulla monofonia, alla ricerca di semplici melodie e suoni puri, quasi primordiali, in cui si sono alternati i diversi momenti musicali descrittivi dell’evoluzione degli stati d’animo di fronte alla morte. Sicché il sax basso è stato utilizzato per rappresentare ad esempio i momenti di rabbia, o la melodiosa kora per gli stati d’animo più sereni che si sono progressivamente affacciati. Verso il finale più brioso si sono potuti apprezzare momenti più “jazz” (sollecitati in particolare dal trombone di Craig Harris) con l’accenno ad un blues ritmato che si è lentamente tramutato in una marcia collettiva festosa, del genere bandistico, in piena tradizione New Orleans e in un bel tema sviluppato dall’euphonium di Joe Daley. Apprezzabile anche la perfetta tecnica nel controllo del suono e dei relativi effetti del sassofonista sui vari strumenti a sua disposizione, mostrando momenti free che hanno ricordato l’approccio di un Albert Ayler. Un’opera quindi particolare e fuori dagli usuali schemi concertistici ma non sappiamo ben dire quanto compiuta. Più che l’esecuzione in sé, è stata la scrittura complessiva a generare in chi scrive qualche perplessità, relativamente ad una certa dispersività e una conseguente carenza di sintesi, che hanno a tratti appesantito, al di là della presenza di ottimi spunti, l’ascolto e l’apprezzamento complessivo del lavoro.
(Riccardo Facchi)

Comments are closed.