FREE FALL JAZZ

Penultimo appuntamento con la manifestazione milanese al Parenti dedicata al “mainstream”, iniziato con l’annuncio della direzione artistica di un prosieguo dell’esperienza per la prossima stagione concertistica, e continuato confermando l’alto livello delle proposte, con la fruizione di un concerto messo in scena da un quartetto acustico di giovanissimi brillanti musicisti, che hanno presentato una progetto musicale moderno e fresco, non convenzionale, costruito su un ampio bacino di riferimenti. La musica è sostanzialmente stata presentata in forma di suite, con brani collegati tra loro miscelando composizioni originali con standards, blues, hard bop anni ’60, ritmi fusion, musica popolare più recente, passando da atmosfere delicate e soffuse a momenti di grande energia ritmica ed espressiva. Non conoscevo Logan Richardson, ventiseienne altosassofonista afro-americano di Kansas City, in possesso già di un discreto curriculum di esperienze alle spalle (con Joe Chambers, Billy Hart e Jason Moran, tra gli altri) e un paio di dischi incisi da leader, ma devo ammettere che si è rivelato una piacevole sorpresa. Allievo di Greg Osby ( e si sente…) da un po’ di tempo di stanza a Parigi, ha mostrato idee molto chiare, ottima preparazione tecnica e musicale e un invidiabile piglio da leader, considerata la giovane età.



Non so se possa essere ritenuto un rappresentante della cosiddetta BAM ed è probabilmente irrilevante stabilirlo, ma certamente la sua musica condivide con i rappresentanti di quel movimento diversi riferimenti comuni principalmente afro-americani, ma non vissuti in termini rigidi od esclusivi. Tuttavia, il suo modo di rivisitare quella tradizione musicale è parso diverso e nuovo, presentando varietà nelle atmosfere e nelle dinamiche, non annoiando minimamente il pubblico presente in teatro. Il suo sassofonismo, come già accennato, prende le mosse da Osby, soprattutto sul piano fraseologico, ma evidenzia una timbrica più calda e un approccio musicale meno cerebrale, per quanto estremamente serio e motivato, attento ad assemblare materiali musicali molto diversi tra loro, riuscendo a plasmarli con coerenza, gusto e proprietà idiomatica. Ottimi anche i collaboratori. Il bassista Josh Ginsburg ha mostrato una bella cavata molto pulita e una invidiabile solidità ritmica e armonica, prendendo anche assoli di rilievo. Il batterista bianco Tommy Craine, pertinente e sicuro sul tempo ha gestito molto bene complessi poliritmi e ha seguito con sensibilità musicale le variazioni di dinamica richieste dal leader. Il giovanissimo pianista francese Toni Tixier ha evidenziato buone idee e un sobrio gusto musicale, pur nel contesto di una maturazione musicale e tecnica forse ancora da affinare. La musica, estremamente varia e cangiante, dopo un’ introduzione in solo del leader, è proseguita su atmosfere decisamente soffuse, in stile vagamente da quartetto europeo jarrettiano. Ha virato poi decisamente verso climi ritmicamente più infuocati in una miscellanea di riferimenti in cui si sono colti brandelli di musiche del passato, come una originale versione di Everything Happens To Me, echi e ritmi che hanno ricordato certe composizioni di Don Grolnick e schemi in genere legati alla fusion e alla musica in stile CTI, pur se eseguiti in un ambito totalmente acustico. Non sono mancate tra una composizione originale e l’altra sorprendenti citazioni di Empyrean Isles di Herbie Hancock, Voyage di Kenny Barron e altro ancora di incerta identificazione. Bis in conclusione all’apprezzato concerto, con un personale e snello omaggio a Coltrane in una essenziale versione di I Want To Talk About You. Ancora una volta si è evidenziata la capacità del cosiddetto mainstream di rinnovarsi nel linguaggio fagocitando nuovi e vecchi materiali musicali, con uno sguardo sempre rivolto avanti. Avanguardia nella tradizione, potremmo arrivare a dire, in un’apparente contraddizione di termini, ma se oggi dovessi indicare cosa si debba intendere con tale termine nel jazz, al di là di obsoleti e abusati schemi nell’uso di certe etichette, forse indicherei proprio cose di questo genere.
(Riccardo Facchi)

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