FREE FALL JAZZ

Dopo aver scoperto Darryl Yokley tramite qualche giro di link su Facebook, aver apprezzato la musica dal suo sito, aver comprato e recensito il suo album, l’ultima cosa che restava da fare era l’intervista. Detto fatto, Darryl si è dimostrato entusiasta e fluviale nelle risposte, offrendoci un gustoso spaccato della scena jazz americana dal punto di vista di un giovane determinato e ottimista.

Cominciamo parlando un po’ di te: come hai scoperto il jazz e il sassofono?
Sono nato e cresciuto nella California del sud e ho iniziato a suonare il clarinetto in quinta elementare, ma dopo una B in inglese i miei genitori decisero di farmi smettere. Mi è sempre piaciuto il suono del sassofono, alle medie mi sono unito alla banda della scuola e ho partecipato alla lotteria per avere in prestito l’unico contralto rimasto nella scuola, vincendo. Ecco, guardandomi alle spalle credo sia quello il momento in cui ho capito di esser nato per il sax. Mi sono dedicato alla musica con grande impegno e in relativamente poco tempo sono diventato uno dei migliori musicisti della banda nel mio primo anno. Semplicemente mi piaceva suonare, e quando d’estate i miei andavano al lavoro io mi chiudevo in casa ad esercitarmi. Devo anche ringraziare il direttore della banda, che era un ottimo insegnante e sapeva davvero motivare noi tutti. C’era molta competizione, nel senso più positivo e amichevole. Crescere in questo ambiente mi ha spinto a scegliere la via della musica. Alle superiori ho continuato a prendere lezioni e a suonare sia jazz che musica classica, continuando così fino al college. Negli anni del college mi focalizzato sulla classica dopo aver visto un concerto di James Houlik. Il jazz ad un certo punto era diventato una cosa di studio e basta. Solo dopo l’università mi sono rilanciato nel jazz anima e corpo, complice un trasferimento a Filadelfia per proseguire gli studi musicali: in quella città c’è una scena vivissima e si impara davvero tanto. Suonare con Sid Simmons, Mike Boone, Orrin Evans, Byron Landham mi ha davvero aperto la mente sulla musica e su come trovare una mia personalità.

Quali sassofonisti ti hanno influenzato di più?
Così tanti che è difficile dirli tutti. Wayne Shorter, John Coltrane, Charlie Parker, Sonny Rollins, Lester Young, Cannonball Adderley, Pharoah Sanders, Joe Henderson, Ben Webster e Coleman Hawkins, delle vecchie generazioni. Fra i più recenti, ammiro molto Tim Warfield, Miguel Zenon, Kenny Garrett, Branford Marsalis e Chris Potter, giusto per elencare i primi che mi vengono in mente.

La tua band si chiama Sound Reformation. Cosa significa?
L’ho chiamata così per rappresentare l’idea di un gruppo fantasioso che esplora approfonditamente le composizioni. Prendiamo spunto dal passato e sappiamo bene da dove proviene questa musica, ma cerchiamo il modo di scrivere la nostra storia, aggiungendo un capitolo al libro. La band è nata a Filadelfia. Quando sono andato a New York, ho conosciuto Luques Curtis suonando nella Captain Black Big Band e poi l’ho incontrato molte altre volte in giro per i locali. Gli ho chiesto, ad un certo punto, se fosse stato interessato a suonare con me, George (Burton, piano, nda) e Wayne (Smith, batteria, nda), e lui ha accettato subito. Duane (Eubanks, tromba, nda) è arrivato poco tempo dopo. Dopo una buona serie di concerti abbiamo inciso il disco.

I brani del disco sono molto vari e tutti tuoi. Quando li hai scritti?
Nel corso di alcuni anni. ‘Nubian Princess’ viene dai tempi dell’università, ‘Voo Doo’ e ‘Walter’s Tune’ dal periodo di Filadelfia, il resto l’ho scritto durante i miei primi due anni a New York. Ho scelto tutti questi brani proprio per dare una prospettiva caleidoscopica delle mie capacità di compositore, oltre che di improvvisatore e strumentista. Alcuni magari diventeranno standard in futuro, altri li ho scritti come se fossero colonne sonore di film ipotetici, altri ancora ispirandomi a certa musica etnica. Questa varietà rende l’album molto divertente e ne costituisce il tratto distintivo. Già che ci siamo: nel prossimo, tutte le composizioni saranno legate da un tema comune, anche se poi ognuna avrà pure la sua precisa identità. Si tratterà di una specie di sinfonia jazz e mi sto divertendo molto a scriverla. La formazione sarà la stessa, con l’aggiunta di una seconda batteria suonata da Nasheet Waits. Ci sarà pure spazio per un piccolo ensemble di fiati, e ad ogni brano sarà abbinato ad un dipinto. Non vedo l’ora di documentare tutto questo, è un progetto molto particolare.

Il tuo sax trova un perfetto complemento nella tromba di Duane Eubanks. Sembra quasi di sentire uno shouter blues e un cantante soul.
Duane è un perfetto compagno di frontline. Il suo modo di suonare mi spinge sempre a trovare una voce personale al tenore, cosa non facile. Avendo cominciato col contralto, posso dirti che è più semplice trovare questa voce personale sul contralto, ma ho preferito complicarmi la vita perché il suono del tenore mi piace di più. Altra cosa importante è il modo in cui possiamo influenzarci in tempo reale: se sento che Duane ha suonato in maniera dolce e melodica, per esempio, io posso adattare il mio sound di conseguenza, mentre Duane magari inasprirà il suo in seguito ad un mio assolo particolarmente aggressivo. Suonare insieme ti spinge ad adattarti e ad andare oltre, senza però sacrificare la tua individualità.

Branford Marsalis dice spesso che tanti musicisti jazz sbrigano il tema come una formalità, senza alcuna cura per lo sviluppo melodico. Mi sembra che invece tu ne faccia la premessa logica all’improvvisazione, giusto?
La melodia è sempre stata importante per me, a partire dalla composizione. Dico sempre che passare molto tempo suonando solo melodie è importante quanto trascrivere o fare esercizi tecnici. La melodia è il tuo messaggio ed è quello che resta al pubblico. E’ come la trama di un film. Proprio per questo cerco di scrivere sempre melodie che si possano ricordare e, si spera, stabiliscano un contatto con la gente. Nella musica moderna, anche in quella di molti miei coetanei, vedo molto impegno negli aspetti tecnici e compositivi, ma scarsa attenzione per organizzare il tutto in una storia capace di coinvolgere. Che senso ha? Non dico che lo scopo sia quello di ingraziarsi il pubblico, però è importante che emerga qualcosa cui le persone possano connettersi. Ad alcuni non interessa proprio, e va bene, ma è uno sforzo importante che val la pena di fare. Alla fine direi che sono d’accordo con Branford!

So che sei stato di recente a suonare in Giappone. Come ti sei trovato?
Sono tornato da poco, una bellissima esperienza. Ho suonato a Tokyo col quintetto di Raymond McMorrin, poi ho suonato in varie città – Kyoto, Kobe, Osaka per esempio. Sono stato quasi travolto dall’ospitalità e dal calore degli amici che ho fatto laggiù, e spero di tornarci presto. E’ un posto incredibile.

Cosa è indispensabile ad un musicista oggi, se vuole vivere di musica e basta?
Le due cose più importanti sono la pazienza e l’onestà. Ognuno di noi ha la sua idea su cosa vorrebbe fare e cosa si aspetta, ma la fretta può spingere verso scorciatoie con cui, alla fine, non è possibile edificare solide fondamenta. Così quell’idea non si concretizza e nasce la frustrazione. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho imparato sbattendo nel muro, e ci è voluto un po’ di tempo per rimettermi in strada. Oggi le cose stanno prendendo di nuovo la piega giusta e ne sono contentissimo. E questa è la pazienza. L’onestà è chiedersi continuamente “mi sto impegnando davvero per i miei obiettivi?”, “è davvero quello che voglio?”, domande di questo tipo, e avere il coraggio di ammettere il “no” – solo dopo si può anche cercare di correggere la rotta. Infine la determinazione, perché non è un settore facile e si fa sempre più affollato e competitivo col passare del tempo. Devi essere quindi pure molto determinato nel raggiungere i tuoi obiettivi e sviluppare una personalità che ti faccia risaltare.

Cosa pensi della questione BAM, sostenuta fra gli altri proprio da Orrin Evans?
Mi è difficile parlare di questo argomento, anche perché ormai è passato del tempo. Penso che Nicholas Payton e gli altri abbiano le loro buone ragioni col discorso della Black American Music, ma dove si traccia il confine? So che ci rientrerebbero pure r&b, soul, gospel, blues, hip-hop, tutte le originali forme d’arte musicale afroamericane. E’ un termine molto ampio e alla fine si rischia di fare solo confusione. Qualcuno voleva proporre Musica Classica Afroamericana, ma mi piace ancora meno perché sentendo dire “musica classica” la mente vola appunto alla musica classica, e l’effetto potrebbe essere semplicemente controproducente. Chi già non ama la musica classica certo non si preoccuperebbe di ascoltare la Musica Classica Afroamericana, è ovvio. Jazz è ancora il termine più adatto. E’ vero che deriva dallo slang di inizio secolo, ma ormai quel significato è andato perduto ed è rimasto quello musicale e basta. In più, parlando da un punto di vista più generale, da nero e americano posso dirti che le questioni davvero importanti sono a monte. Tanto per iniziare, il termine ‘afroamericano’ è esso stesso un problema. Nessuno ti dirà che è “portorican-americano”, “cino-americano”, “franco-americano”, dirà semplicemente che è americano ed è del tutto logico. Per i neri il colore della pelle diventa fondamentale, allo stesso tempo la musica la possono suonare tutti, giustamente, quindi c’è un problema alla base ancora più profondo, molto più importante che scegliere fra BAM o jazz. Guarda poi l’uso della parola “negro”. Fra di noi ce lo possiamo dire per scherzoso cameratismo, ma se lo dice qualcun altro diventa un grave insulto. Ma non possiamo giocare continuamente sulle parole a questo modo. Ferma qualcuno per la strada, chiedigli cosa vuol dire “jazz” e ti dirà che è quella musica con la tromba e la batteria, chiedigli cosa vuol dire “negro” e lo metterai a disagio perché quel termine viene ancora usato in modo offensivo. Scusa la divagazione, riassumo: capisco le motivazioni alla base del BAM, le rispetto, ma credo siano secondarie rispetto alla questione del termine “afroamericano” e “negro”. Occorre lavorare lì, perché siamo tutti americani. Il contributo dei neri americani alle arti e alla cultura è fondamentale e rientra nella più ampia prospettiva del contributo americano.

Per finire, pensi di venire in Europa?
Spero proprio di sì, il prima possibile. Il mio ultimo progetto, con Luques e Zaccai Curtis, Wayne Smith e Nasheet Waits, è molto interessante ed essendo abbinato ad opere d’arte potrebbe interessare persino i musei europei e americani. Sto organizzando un nuovo tour in Giappone e allo stesso tempo sto provando a fare qualcosa per l’Europa. Non so se ci riuscirò quest’anno o il prossimo, perché nel frattempo devo pure registrare il nuovo album, ma è sicuramente nella lista delle cose da fare!
(Intervista raccolta da Negrodeath)

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