FREE FALL JAZZ

Concerti come quello di domenica al Manzoni sembrano fatti apposta per confutare in musica certi paradigmi critici che da tempo si portano avanti e che si leggono sempre più spesso anche sui social in rete, a proposito di alcuni elementi basilari sui quali si poggerebbero il presente e il futuro della musica improvvisata contemporanea, più o meno di estrazione jazzistica.

Uno di questi è che tale musica, per evolversi e non morire creativamente, debba tendere verso forme complesse, abbandonando quelle più semplici relative alla forma canzone, ormai ritenute esauste, come conseguenza di un processo di maturazione di un linguaggio musicale che inevitabilmente viri verso forme più sofisticate, prossime alla grande tradizione della musica colta europea.

L’altro argomento molto battuto e dibattuto è quello relativo ai concetti, utilizzati spesso in modo improprio, di “universalità” e “contaminazione”, per un linguaggio considerato perfettamente trasponibile al di fuori del suo luogo di nascita e sviluppo e non più attribuibile ad una sola area geografica o etnia, ma utilizzabile come strumento a disposizione di qualunque musicista lo abbia appreso e lo maneggi in qualsiasi parte del mondo, “contaminandolo” sulla base della personale esperienza e cultura musicale.

Dicendolo in forma estremamente sintetica, l’ormai ottuagenario, poetico e solitario Ran Blake, in un paio d’ore di concerto ci ha fornito un perfetto spaccato d’America in musica, ben oltre il jazz, e il perché certi sincretismi linguistici, spesso artificiosamente ricercati, si sono lì sviluppati in modo così naturale, in un luogo nel quale hanno potuto storicamente incontrarsi genti e culture tanto diverse, permettendo la generazione di una peculiare cultura musicale, a tutt’oggi ancora difficilmente ripetibile in altri continenti con analoghi esiti artistici.

Si badi bene, ciò avviene con un musicista estremamente colto, perfetto conoscitore delle canzoni popolari, divenute dei cosiddetti “standards”, ma, nel contempo, convinto assertore e rappresentante di quella “Third Stream” che si propone di far convergere le procedure compositive della musica colta con il jazz (ancora oggi Blake è direttore del Third Stream Department al New England Conservatory di Boston) e che quindi non avrebbe alcuna difficoltà a condividere certe idee e prassi compositive.

Tuttavia, considerare la musica di Blake come puro “jazz” sarebbe un errore, in quanto esso è solo un ingrediente e forse nemmeno il principale delle molteplici fonti cui il suo genio e la sua impronta artistica fanno riferimento, come non necessario è ritrovarvi l’elemento tipico dello swing. Più corretto è probabilmente considerarlo nell’ambito della cosiddetta “americana”, dove sono individuabili molte altre radici musicali, tra cui, riferendoci a questo concerto, quelle del Midwest, il country-western, le musiche di estrazione ebraica e molto altro ancora, andando cioè ben oltre il bacino culturale africano-americano.

Al centro dell’esecuzione del suo programma concertistico, si sono evidenziate le due maggiori arti sviluppate nel Novecento negli States: il cinema e quella relativa al vasto book di canzoni popolari prodotte dai maggiori compositori americani, il cosiddetto American Songbook. Blake interpreta Gershwin e Cole Porter arrivando sino a Stevie Wonder, passando per Ellington e Billy Strayhorn, con nella mente cantanti come Nat King Cole, Abbey Lincoln, Jeanne Lee, Chris Connor, Ray Charles e lo stesso Stevie Wonder. Il tutto filtrato dalla sua inconfondibile personalità musicale e pianistica che, ispirandosi alla poetica per sottrazione di elementi di Monk e Paul Bley, sfrutta più che il fraseggio le timbriche e le dinamiche dello strumento, con un abilissimo gioco di pedali, con largo uso di pause, silenzi, accordi dissonanti assai sofisticati e corposi, in un processo di fattuale ricomposizione dei temi di partenza, siano essi Autumn in New York, Lush Life , o Love for Sale, piuttosto che Blue Gardenia, Mendacity  o Bella Ciao.

Particolare per distanza estetica ed espressiva di base è risultato il tributo a Stevie Wonder, con la riproposizione di tre suoi famosi temi in un sorta di medley: I Wish tema ritmatissimo riletto sotto una luce del tutto nuova, ma non totalmente stravolto e interpolato con il più affine, meditativo They Won’t No When I Go, Isn’t She Lovely  e la ballata You and I. Qualche schizzinosa mente musicologica nostrana dovrà prima o poi domandarsi perché una profonda intellettualità musicale come quella di Blake si prenda la briga di rileggere Wonder, considerandolo ne più ne meno alla stregua di un Gershwin o un Ellington.

Relativamente al cinema, di cui è appassionato cultore, Blake assieme ai suoi allievi-collaboratori ha proposto musiche improvvisate su scene proiettate in sala de “La scala a chiocciola” di Robert Siodmak e “Dr.Mabuse” di Fritz Lang e musiche di Konrad Elfers.

Una particolare segnalazione merita la prestazione, notevole per musicalità e vocalità, della violinista e cantante Eden Macadam-Somer, che ha dato una interessante versione solitaria  dell’ellingtoniano Jump for Joy, riletto in chiave country-western e una sorprendente, originale dedica a Ray Charles con Hallelujah I Love Her So!, oltre a eseguire un tradizionale Yiddish. La giovane musicista ha evidenziato una voce molto prossima a quella di una Joni Mitchell più tecnica, con venature blues e mediorientali e con un eccellente senso del ritmo, utilizzando anche il battito dei piedi. Senza particolari spunti invece l’ordinario contributo del trombonista Aaron Hartley.

Se un appunto si può fare al progetto, anche se prevedibile considerata la solitudine meditativa della musica dell’anziano leader, è lo scarso coinvolgimento in termini di gruppo proprio dei due strumentisti, che sono sembrati cosa un po’ a se stante rispetto al suo pianismo notturno.

Chiusura del consistente e impegnativo programma concertistico, per la verità forse più idoneo ad un preludio serale che ad un aperitivo al pranzo domenicale, con un bis di solo piano sull’immancabile monkiano ‘Round About Midnight.
(Riccardo Facchi)

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[...] Ran Blake, adorano lui e le sue composizioni. Proprio quest’anno, nella sua esibizione ad Aperitivo in Concerto della scorsa stagione al Teatro Manzoni di Milano Blake suonò addirittura un lungo medley di sue [...]