FREE FALL JAZZ

Alla quarta parte

Già nel 1974, Michael Braun aveva avvicinato Wonder per scrivere il tema per un film che stava facendo, chiamato “The Secret Life of Plants”. Il film si doveva basare sul best seller omonimo scritto da Christopher Tompkins e Peter Bird. Dopo che Stevie ha presentato la canzone, i produttori cinematografici gli chiedono di fare l’intera colonna sonora. Non avendo mai tentato un tale compito, Wonder sentiva che il progetto sarebbe stato una sfida per una persona cieca. Dopo ben tre anni di lavoro, esce Journey Through The Secret Life of Plants, pubblicato nel mese di ottobre del 1979. La musica ivi contenuta è una vera e propria opera estesa e mostra di essere cosa molto diversa rispetto ai lavori precedenti. L’approccio è vagamente sinfonico e si mescolano materiali musicali assai variegati, di origine africana, indiana e orientale, con l’intento di descrivere in musica la vita di piante provenienti dalle diverse culture del mondo. Pur essendo pubblicato in un’epoca in cui la disco music era la moda del momento, “The Secret Life of Plants” vendette discretamente bene. E’ un lavoro innovativo, nonostante sia stato uno degli album più sottovalutati e incompresi della sua discografia, che tra l’altro contiene delle composizioni ispirate e di rara bellezza, a cominciare da “Send One Your Love”, una ballad di una certa complessità armonica, che gode anche di alcune interessanti versioni jazz (62). Il ritmato e coinvolgente “Power Flower”, cantato peculiarmente in falsetto, “Black Orchid”, “Come Back As a Flower”  e naturalmente il tema conduttore omonimo del film. L’ex moglie Syreeta è la voce solista su “Come Back As a Flower”, una canzone per la quale ha anche scritto il testo. Wonder avrebbe potuto seguire le tendenze musicali del momento facendo uscire un album da discoteca, il che la diceva lunga sulla sua integrità artistica, nonostante fosse da tempo una affermata star. Il tour per promuovere l’album non se la cavò troppo bene. Concerti con un’orchestra e con un grande schermo raffigurante clip dal film in sincronia con la musica erano più che altro un fatto spettacolare e ricevettero una tiepida accoglienza, non riuscendo quasi mai ad ottenere l’auspicato sold out.

Wonder ora non poteva certo permettersi di far passare altri 2 o 3 anni prima di pubblicare qualcosa, quindi era sotto pressione con l’idea di tornare in studio con del materiale per un nuovo album. Tuttavia, mentre lavorava su quella che sarebbe stata presumibilmente un’offerta più commerciale rispetto all’ultimo lavoro, trova il tempo per collaborare come autore sia per Jermaine che Michael Jackson, oltre alla già citata Roberta Flack (63). Jermaine Jackson allora “son-in-law” di Berry Gordy, aveva scelto di rimanere con Motown come solista, dopo che i Jackson 5 erano entrati a far parte della Epic (filiale della Columbia). I precedenti due album di Jermaine da solista non avevano avuto successo e Berry Gordy ritenne necessario inventarsi qualcosa di nuovo. Sentito un brano di Stevie chiamato “Let’s Get Serious”, pensò che sarebbe stato l’ideale per Jermaine. Wonder compose altre due canzoni per l’occasione: “You’Are Supposed To Keep Your Love” e “Where Are You Now”.
Per Michael, invece, Wonder scrisse una delle più belle pagine dell’intero book di sue composizioni: “I Can’t Help It” (64) che calza a pennello per la voce di Jackson ed è cantata in modo sublime da un talento musicale che certo non necessitava di quel recente, mediocre e poco idiomatico progetto di Enrico Rava per essere in qualche modo riscoperto. Del brano esistono peraltro diverse versioni dello stesso Wonder, che si prestano ad un interessante confronto (65). Sempre nel periodo, precisamente nel 1980, Wonder contribuisce all’album “The Dude”  di Quincy Jones, con “Betcha’ Wouldn’t Hurt Me”, cantato da Patty Austin.

Nel maggio 1980 esce un comunicato stampa che annuncia il successivo album, intitolato Hotter Than July , accolto con molto scetticismo dalla stampa, visto i precedenti. Come previsto, luglio se ne era andato senza l’ombra del nuovo disco, tuttavia nel mese di agosto erano annunciati concerti nel Regno Unito allo stadio di Wembley con lo stesso titolo dell’album ancora da pubblicare. Per promuovere le date del tour, Wonder fa pubblicare il singolo, “Master Blaster (Jammin ‘)” di chiara dedica a Bob Marley. L’album è stato poi pubblicato nel mese di ottobre, ottenendo recensioni molto favorevoli rispetto a quelle accordate al suo precedente. Il disco, contiene una collezione più tradizionale di canzoni, alcune comunque davvero molto buone: “All I Do”, una canzone scritta nel 1966 insieme a Clarence Paul per quanto concerne il testo, riproposta con la partecipazione di Betty Wright e di Michael Jackson nei cori, “ Rocket Love” una ballad con un efficace arrangiamento d’archi scritto da Paul Riser e “Lately” (66). In “Cash In Your Face”, egli riprende il tema sociale descrivendo la situazione di persone in cerca di alloggio, ma negato a causa del colore della loro pelle. A chiudere l’album è “Happy Birthday”, una canzone in omaggio a Martin Luther King, che sarebbe diventata un inno per fare del suo compleanno, il 15 gennaio, una festa nazionale. Wonder ha lavorato con la vedova Coretta Scott King e John Conyers, il deputato afro-americano che ne ha sponsorizzato il progetto di legge. Ha partecipato nel gennaio 1981 alla sfilata di Washington a sostegno del disegno di legge, rivolgendosi alla folla cantando “Happy Birthday”. Nel gennaio 1982, nonostante le impossibili condizioni meteorologiche, Wonder, sostenuto sul palco da Diana Ross, Gladys Knight, Jesse Jackson e Gil Scott-Heron, viene raggiunto da un folla di 50.000, per una manifestazione pacifica a favore della causa della giornata di riconoscimento, legge poi promulgata l’anno successivo sotto l’amministrazione Regan e entrata in pieno vigore solo dal 1986. Sebbene fosse piuttosto inattivo in studio durante questo periodo, trova il tempo di collaborare con Paul McCartney. Nel 1982 McCartney registra nel suo nuovo album la canzone “Ebony and Ivory”, un inno alla fratellanza e alla comunione multirazziale, pensando che sarebbe stata una buona idea farlo in duetto con un artista leader nero, chiedendo appunto a Wonder di essere parte del progetto. In aggiunta, viene registrato “What’s That Your Doing?”, che riprende le sonorità funky-soul degli anni d’oro. Entrambi saranno inclusi in “Tug Of War” dell’ex-Beatles.

Tuttavia, Motown stava diffidando della mancanza di materiale per il proprio album di Stevie e decise quindi di pubblicare un “greatest hits”, in forma di doppio LP, chiamato Original Musiquarium. L’album, oltre a diversi hits del decennio precedente, include anche 4 inediti: “Frontline”, la ballata “Ribbon In The Sky” (67), “That Girl” e la chiusura di dieci minuti “Do I Do” (68), dove si segnala la presenza di un Dizzy Gillespie in forma, che produce un eccellente, breve assolo e Stevie a seguire, con l’assolo di armonica e a far da rapper nel finale. Il contratto di Stevie era ormai giunto al termine e girava voce che Musiquarium fosse stato pubblicato per soddisfare le condizioni del contratto precedente. Un nuovo contratto venne firmato, ma di più basso profilo rispetto al precedente, senza nessuna informativa circa il preciso valore monetario. La parabola discendente del successo era quindi iniziata. Wonder non era più visto come una forza trainante nel settore della musica. Inoltre, iniziava l’epoca dei video e i punti di forza di Wonder non stavano esattamente in quel genere di mezzo.
Egli ora spende più tempo su questioni politiche e sociali e nelle partecipazioni discografiche per altri artisti che fare dischi per se stesso. E’ in questo periodo che acquista la stazione radio, KJLH di Los Angeles e nel 1983 inaugura una sua etichetta discografica chiamata Wondirection. Il debutto sulla sua etichetta è “The Crown”, un disco rap da lui prodotto e interpretato da Gary Byrd, che ne ha scritto i testi. Nello stesso anno partecipa inoltre a “Body And Souls” dei Manhattan Transfer, in “Spice of Life” dove contribuisce con un breve superlativo assolo di armonica, con degli accenti ritmici da grande jazzista.

Il 1984 segna un exploit commerciale, grazie alla colonna sonora del film The Woman In Red, diretto e interpretato da Gene Wilder. Oltre a due duetti con Dionne Warwick, tra cui “It’s You” e “Wikness”, il disco comprende uno dei pezzi più noti dell’intera produzione di Wonder, che gli frutterà anche un Academy Award: “I Just Called To Say I Love You”, canzone con un ritornello molto orecchiabile, che gli permette di vincere l’Oscar nella categoria di migliore canzone, ma certamente la strada verso un pop più commerciale era ormai stata imboccata. A consacrare la nuova popolarità raggiunta, arriva il progetto Usa For Africa, che vede Wonder al fianco di numerose star americane, tra cui Michael Jackson, Bruce Springsteen, Lionel Richie, Cyndi Lauper e molti altri. Il pezzo, realizzato a scopo di beneficenza, si intitola “We Are The World” e diventa in breve tempo un trionfo commerciale. Duetti di alto livello e apparizioni speciali come ospite di progetti altrui diventavano sempre più una caratteristica di Wonder durante gli anni ’80 e oltre, come nella sua inconfondibile armonica in un brano degli Eurythimics: “There Must Be an Angel (Playing with My Heart)”. I suoi fan devono però attendere il 1985 per usufruire dell’uscita di un suo nuovo disco: In Square Circle. L’album vira decisamente verso il pop, pur non rinunciando del tutto ad una impronta soul. L’hit è “Part Time Lover”, canzone orecchiabile in tipico stile anni Ottanta, ma i brani interessanti sono altri: “Whereabouts” e l’iterativo, coinvolgente “Go Home”. Il pezzo forte dell’album è però la tenera “Overjoyed”, una delle canzoni più belle scritte da Stevie Wonder, peraltro composta anni addietro e solo ora incisa, alla quale bisognerebbe prestare attenzione nell’ascolto, circa il modo di pronunciare ritmicamente la splendida melodia. (69) In Square Circle varrà un altro disco di platino, per quello che ciò possa valere, e consolida il corso marcatamente pop di Stevie Wonder. Sulla stessa falsariga, è il successivo Characters (1987), che annovera le collaborazioni di B.B. King e Steve Ray Vaughan. Tra i brani, si segnalano solo “You Will Know” e un duetto con Michael Jackson, “Get It”, ricambiato anche in “Just Good Friends”, inciso da Jackson su ”Bad”.

Dopo il 1987, Wonder ha continuato a pubblicare, ma ad un ritmo assai più blando, lasciando ampio spazio al suo impegno umanitario, riguardo gli sforzi anti-apartheid, le crociate contro la guida sotto effetto di alcolici, la droga, gli abusi fisici e la raccolta di fondi per i bambini ciechi e senza tetto. Se gli anni Ottanta segnano un appannamento della sua vena creativa, il decennio successivo si rivela ancor meno brillante pur con qualche colpo di genio degno di nota.  I ‘90 si aprono infatti con la colonna sonora di “Jungle Fever”, film cult di Spike Lee, dove Wonder azzecca ancora una delle sue composizioni/interpretazioni capolavoro con “Make Sure You’re Sure” (70). Nello stesso periodo partecipa al duetto con Whitney Houston “We didn’t Know”, composto da Wonder per il suo disco “I’m Your Baby Tonight”. Nel 1995 esce Conversation Peace, che stavolta fallisce sul piano commerciale, aggiudicandosi comunque due Grammy Awards nel 1996 grazie al singolo “For Your Love” e, nello stesso anno, viene pubblicato anche il live Natural Wonder. Nel 2001, si sposa per la seconda volta con la stilista Kai Milla Morris, con la quale ha oggi 4 figli, così come ne ha altri 3 dalla sua precedente moglie. Sull’onda emotiva dell’11 settembre, partecipa al tributo alle vittime della strage delle Twin Towers, con il brano “Love’s In Need Of Love Today”, insieme ai Take 6. Nel 2005, dopo ben dieci anni, torna negli studi di registrazione per un nuovo album, A Time to Love, anticipato dal singolo “So What The Fuss”, nel quale Prince si presta alla chitarra. Inoltre partecipa al “Live 8 U.S.”, dove commemora Luther Vandross (71), dopo aver suonato e cantato al suo funerale. Nel 2005, la Library of Congress aggiunge “Songs in the Key of Life” nel registro nazionale, che riconosce le registrazioni “culturalmente, storicamente o esteticamente importanti, atte a informare e/o riflettere la vita negli Stati membri”. Ad inizio agosto 2007, Wonder annuncia un tour di 13 concerti intitolato “Night of Wonder Summer”, il suo primo tour negli Stati Uniti in oltre dieci anni. Il tour è ispirato dalla recente scomparsa della madre, proseguendolo poi in tutta Europa. Nell’agosto del 2008, il giorno nel quale Barack Obama accetta la nomina del suo partito a correre per il presidente degli Stati Uniti, suona alla Convention nazionale democratica a Denver, Colorado. Il 23 febbraio del 2009, riceve dallo stesso presidente, nella East Room della Casa Bianca il prestigioso riconoscimento del “Second Library of Congress Gershwin Prize” per la canzone popolare. ll Premio Gershwin per la canzone popolare è stato creato dalla Library of Congress per onorare gli artisti la cui produzione creativa trascende le distinzioni tra stili e linguaggi musicali, e che ne favoriscono la comprensione e l’apprezzamento reciproco. “Stevie Wonder è l’epitome di ciò che sta per il Premio Gershwin “, disse il Bibliotecario del Congresso James H. Billington, che ha selezionato Stevie Wonder per l’onorificenza nel settembre 2008, “Egli ha attraversato i confini musicali e culturali e ha dato un contributo all’umanità oltre l’ambito dell’entertainment“.

Wonder ha profondamente influenzato e rinnovato la black music, ma anche lo stile di molti interpreti odierni, compreso nel jazz più recente. Basti citare, ad esempio, il progetto “The Song of Stevie Wonder” del SF Jazz Collective, composto da alcuni dei maggiori jazzisti sulla scena contemporanea, come Ed Simon, Stefon Harris, Avishai Cohen, Robin Eubanks, Eric Harland e Mark Turner. Lo stesso Turner, sassofonista oggi di punta, ha confessato di ascoltare ed amare Wonder sin da ragazzino, quando suo padre gli faceva ascoltare assiduamente le sue composizioni. Non a caso Turner ha replicato nel recentissimo “Sonnet for Stevie”, con una sua composizione-dedica contenuta nel disco a nome di Billy Hart, “One This The Other”. Stevie Wonder è un artista straordinario, che non si è mai arreso di fronte alle difficoltà che la vita gli ha riservato, conciliando attività artistica, impegno sociale e umanitario.
Nel 1996, quando ricevette la laurea ad honorem di “Dottore della musica”, all’Università dell’Alabama a Birmingham, raccontò: “Anni fa mi dissero: ‘Tu hai tre tare: sei cieco, nero e povero’. Ma Dio mi ha detto: ‘Io ti arricchirò dello spirito di ispirazione, per trasmetterla ad altri e perché con la tua musica tu possa incoraggiare il mondo a perseguire l’unità, la speranza e la positività’. Ho creduto a Lui e non a loro“.
(Riccardo Facchi)

(62) tra cui si segnalano quella del duo Jaki Byard/Tommy Flanagan, dello stesso Byard (su “To Them –To Us” ), di Stanley Jordan, Robin Eubanks, Donald Brown e Mark Whitfield

(63) In realtà Wonder non ha mai cessato di proporsi in collaborazioni in qualità di compositore per altri artisti durante la sua lunga carriera tra cui Ramsey Lewis, James Taylor, Sergio Mendes, George Benson, George Duke, Lionel Hampton e i Take 6, solo per citare quelli prossimi al jazz, e andrebbe citata anche la grande Aretha Franklin, per la quale Stevie compose “Until You Come Back To Me (That’s what I’m Gonna Do)” per il suo album del 1974 dal titolo “Let Me in Your Life” – Atlantic; 

(64) Si segnalano anche versioni sassofonistiche di Grover Washington Jr. e John Klemmer e una cantata da Janis Siegel

(65) Wonder conosceva benissimo e amava Michael Jackson, come dimostra anche la sua sentita esibizione-omaggio al “Michael Jackson Memorial-Funeral”, oltre ad aver già composto dei brani in passato per i Jackson 5; 

(66) con versioni jazz di George Benson (interessante questa preparatoria in studio che mostra la facilità interpretativa di Benson) e Anne Ducros con Toots Thielemans; 

(67) che gode di una versione di Mark Whitfield, chitarrista e di Nancy Wilson

(68) Versione degli SF JAZZ Collective

(69) Esistono versioni dei Jazz Crusaders, Stanley Clarke, Danilo Perez, Johnny O’Neal, Wycliff Gordon & Eric Reed, Don Braden, più una contenuta in “All My Tomorrows” di Grover Washington Jr., con un suo notevole assolo al sax soprano (Freddie Cole è il vocalist), un musicista immeritatamente trascurato dai jazzofili, a causa della sua produzione fusion anni ‘70, ma che in realtà è stato un eccellente sassofonista jazz, molto stimato da diversi illustri colleghi; 

(70) di questo brano c’è una bella versione di Joshua Redman contenuta in “Wish”

(71) http://en.wikipedia.org/wiki/Luther_Vandross

N. B. Fonte generale di riferimento biografico www.steviewonder.org.
Uno speciale ringraziamento va a Gianni M. Gualberto per le indicazioni e il materiale musicale messomi a disposizione, utili alla stesura di questo scritto.

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